Educare alla carità. Lettera pastorale di Mons. Martella

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Il nuovo documento scritto dal Vescovo, Mons. Luigi Martella, «“E si prese cura di lui” – Educare alla carità», conclude il ciclo di lettere che hanno accompagnato questo triennio all’insegna del progetto pastorale «Alla scuola del Vangelo: educarsi per educare». La lettera, destinata a tutti i fedeli, è in distribuzione da domenica 26 ottobre presso le parrocchie e può essere richiesta alla redazione di Luce e Vita (luceevita@diocesimolfetta.it).
Di seguito, riportiamo l’editoriale di «Luce e Vita», a cura di Rosanna Carlucci, che presenta le linee portanti della lettera.«“E si prese cura di lui” – Educare alla carità» è il titolo della Lettera pastorale per l’anno 2014 – 2015, indirizzata dal nostro vescovo, mons. Luigi Martella, alla comunità diocesana. Essa si inserisce nell’ambito della tappa conclusiva del progetto diocesano «Alla scuola del Vangelo: educarsi per educare», ispirato al documento programmatico della CEI «Educare alla vita buona del Vangelo» e finalizzato ad analizzare le componenti essenziali della nostra esperienza cristiana, attraverso le virtù teologali.
Dopo aver trattato il tema dell’educazione alla fede sotto il profilo dell’e-ducere e il tema dell’educazione alla speranza, evidenziando il ruolo svolto dalla liturgia nella dimensione dell’intus-ducere, mons. Martella si sofferma ad approfondire il tema dell’educazione alla carità, virtù, che attraverso il tra-ducere, riesce a trasformare in opere la fede.
Quest’ultima tappa può considerarsi una sintesi e nello stesso tempo la logica conseguenza di un percorso di vita cristiana, che si propone di rendere attuali ed attuabili i principi evangelici e diventa realizzabile solo se si procede con senso di responsabilità e spirito di comunione. Non bisogna dimenticare che la carità trova la personificazione storica in Cristo e la Chiesa è chiamata ad essere epifania della carità di Dio nell’oggi. L’amore per il fratello deve essere tangibile in ogni momento della nostra vita e l’esempio del buon samaritano, scelto come riferimento per il percorso pastorale di quest’anno, traduce concretamente tale principio.
In questa parabola, sostiene il Vescovo, «troviamo molto di più che un trattato di pedagogia della carità. Il testo rappresenta uno dei “vertici” del messaggio cristiano ed è stato ampiamente studiato e approfondito nel suo significato profondo». Non può fare a meno, il Vescovo, di menzionare uno dei più originali commenti a questo brano evangelico, elaborato da don Tonino Bello in occasione dell’incontro con gli operatori della politica, nel Natale del 1986, secondo il quale il buon samaritano rappresenta l’immagine dell’uomo politico “capace di misericordia”. «Nell’azione politica del buon samaritano – egli argomenta -, possiamo distinguere tre interventi. L’intervento dell’ora giusta, quello dell’ora dopo, e quello dell’ora prima». Naturalmente nel Vangelo non si parla dell’ora prima, ma mons. Bello si serve di tale metafora per sottolineare l’importanza della prevenzione come opera di educazione alla carità.
L’analisi dettagliata della parabola, fornita dal nostro vescovo, permette di rilevare molteplici messaggi e propone un percorso segnato da tre verbi, che evidenziano i momenti più significativi del racconto: vedere (“Scendeva da Gerusalemme a Gerico”); chinarsi (“Gli si fece vicino”); risanare (“Si prese cura di lui”).
Rendendosi protagonista di queste tre azioni, ognuno di noi dovrebbe educarsi ed educare ad essere prossimo. Non esiste un metodo teorico per apprendere i principi basilari della carità, la carità si impara agendo e si insegna operando, è la pedagogia dei fatti a fornire le giuste istruzioni. L’educazione alla carità non è un’impresa facile, è un impegno costante nella vita dell’uomo, è un’arte che si rinnova attraverso i secoli e non è soggetta ad interruzioni. Essa non è legata solo al volontariato, ma trae la sua linfa vitale dalla cultura della fratellanza e della solidarietà, che ogni cristiano dovrebbe incarnare nella propria esistenza, per diventare dono prezioso per l’altro. è dovere di ogni cristiano, secondo quanto afferma papa Francesco, porre attenzione alle “periferie esistenziali”, «fino a dare l’immagine di una Chiesa “in uscita” e di rappresentare, in un tempo davvero difficile, un vero “ospedale da campo”, incessantemente operativo». Per far funzionare bene tutti i reparti è necessaria la mobilitazione di tutte le realtà ecclesiali, non solo quelle organizzate in gruppi ed associazioni riconosciute dalle istituzioni, la carità appartiene alla natura stessa della Chiesa. Solo così le nostre comunità potranno assumere l’habitus del buon cristiano e diventare “chiesa del grembiule”.

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