XXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

XXII domenica T.O. anno A

Prima lettura: Geremia 20,7-9   

       Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me.Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo. 

 Il dramma vocazionale più grave che la Bibbia registra è quello di Geremia, il giovane di Anatot che il Signore invita a salire a Gerusalemme ad annunziare la sua parola alla popolazione, agli uomini di corte, al clero, allo stesso sovrano. Un compito arduo di cui man mano che ne scopre i tragici risvolti il suo animo è attraversato da momenti di panico, di sofferenza, di sconforto. Sono le «confessioni» di Geremia: 11,18- 12,16.15,10-20; 17,12-18; 18,18-23:20,7-18.

La vocazione diventa così per l’uomo di Anatot il fardello di tutta la sua vita: l’accetta e la respinge, la benedice e la condanna. E le diatribe più frequenti e più aspre sono con Dio stesso che gli ha affidato un incarico che lo fa apparire sempre «uomo di litigi e di contese» (15,10). Egli svolge un compito benefico ed è perseguitato, mentre «la vita degli empi prospera» e «i perfidi vivono tranquilli» (12,1). Un quesito che lo tormenta a lungo ma a cui non sa dare risposta.

Lo sconforto tocca momenti di estrema esasperazione: «Me infelice, madre mia perché mi hai generato» (15,10). «JHWH, ricordati di me e soccorrimi; nella tua longanimità non farmi perire, sappi che io a causa tua sopporto oltraggi» (15,15). «Non diventare per me oggetto di spavento, tu sei il mio rifugio nel giorno della sventura» (17,17). Un dialogo sempre serrato, aperto, leale, ma qualche volta anche aggressivo. Gli sembra di essere stato ingannato. Il Signore gli aveva fatto ampie promesse: «ti renderò una città fortificata», «una colonna di ferro», «una muraglia di bronzo» (1,18); di fatto tutti «si beffano» di lui (20,7). Sembra che JHWH l’abbia allettato con un miraggio falso, come si fa con i bambini o come capita ai viandanti del deserto che a ogni riflesso di raggi solari si illudono di aver trovato uno stagno d’acqua.

La frase «mi hai sedotto» prima che un significato mistico ne ha uno realistico. Il profeta sente di essere stato aggirato come un’ingenua fanciulla che si è lasciata incantare e alla fine sopraffare dalla loquacità, dal fascino, dalla violenza del suo seduttore. L’amarezza è così grande che giunge alla risoluzione di ritirarsi dal servizio divino: «non parlerò più nel suo nome ». Sono attimi di debolezza, di confusione, di smarrimento, ma subito ritorna l’orientazione di fondo. Anche se la bocca pronuncia parole dissennate dentro di sé sente bruciare il fuoco dell’amore di Dio che lo divora e lo spinge ancora a parlare. «Trovate le tue parole io le divorai e la tua parola fu la letizia e la gioia del mio cuore» (15,16).

Geremia moriva senza aver chiarito il suo dramma, il mistero della sua chiamata, e lasciava ai suoi continuatori la sua dura eredità. 

Seconda lettura: Romani 12,1-2 

         Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.  Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. 

I pochi versetti di Rm 12 aprono la seconda parte della lettera etica e parenetica. Uscito dal giogo del «peccato» (5,1-11), dalla schiavitù della legge e della «morte» (5,12-7,25) il cristiano è una nuova creatura. Avverte ancora tutta la forza e la seduzione delle passioni e dei sensi, ma non può assecondarle poiché il suo «corpo» pur di sua appartenenza ha assunto con il battesimo una funzione nuova. Il cristiano non solo con il suo spirito ma anche con tutta la entità fisica, pur rimanendo sulla terra, vive con un’orientazione e quasi una collocazione sopraterrestre. La sua realtà corporea, dice chiaramente Paolo, è come un’«ostia», un dono sacrificale, un’offerta fatta a Dio. È un bene che Dio ha partecipato alla creatura, ma questa ne ha fatto un presente al Signore, perciò è ormai una «cosa santa», messa a parte per far risaltare ed esaltare la santità di Dio.

Il vecchio culto si trova radicalmente rinnovato; non è più legato a un determinato luogo, ma alle persone che ovunque si trovino cercano di modellare la loro vita su quella di Cristo che ha offerto se stesso al Padre per il bene dei fratelli (Rm 3,21-31). La comunità cristiana secondo Paolo nel suo insieme e nei suoi componenti crea intorno a sé come un’area di sacralità e di santità: un monito per quelli che vi appartengono e una testimonianza salutare per quelli che son fuori. È un’oasi in cui regna la serenità, la pace, l’amicizia con Dio, la carità. Da essa sale a Dio e si espande all’intorno un soave odore che scaturisce dalla vita virtuosa e santa dei suoi componenti. È un sacrificio spirituale perché mosso e guidato dallo Spirito, cioè dall’amore stesso di Dio, diffuso in tutti i suoi figli (Rm 8).

Paolo adopera il linguaggio sacrificale e forse fa riferimento alla portata teologica dei sacrifici del tempio alla cui luce interpreta anche il sacrificio della croce, ma le vedute teologiche dell’apostolo non coincidono automaticamente con il pensiero di Dio. L’offerta che il cristiano è invitato a fare di se stesso, anche se richiesta da Dio, non è tanto per confermare o ampliare la sua gloria, che è piena e nessuno può rendere più grande, quanto il bene, la promozione, la salvezza dell’uomo, sempre in pericolo e sempre a rischio. È questo il modo di condividere «la misericordia di Dio», cioè la sua capacità di comprensione e di perdono, verso tutti gli uomini, particolarmente i più bisognosi, ovvero i più piccoli dei fratelli (cf. Mt 25,40). Gesù nel discorso della montagna chiede di essere misericordiosi come il Padre (Lc 6,36), «perfetti» come lui che sa mandare il sole e la pioggia a tutti anche a quelli che non la meritano (Mt 5,43-48).

È quanto in altre parole chiede Paolo ai romani di adoperarsi a capire e a compiere prima di tutto la volontà di Dio, cioè di cercare di comprendere e di realizzare fino alla sua perfezione il programma di bene, il progetto creativo salvifico, che egli sta attuando. La «volontà di Dio» è sicuramente ciò che egli ha ideato e si adopera direttamente e indirettamente a portare a termine. Ciò che egli vuole è ciò che egli fa. 

Vangelo: Matteo 16,21-27  

         In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?  Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». 

 Esegesi 

Gesù sulla via di Cesarea di Filippo «interroga» i discepoli sulla sua identità. La loro risposta per bocca di Pietro non è sbagliata, ma inopportuna. Essi hanno intravisto in Gesù l’inviato, il figlio prediletto di Dio, ma non pensano, qui come altrove (17,22-23; 20,20-23), che il successo promesso al Messia sia subordinato a prestazioni onerose, non esclusa la morte.

Gesù non può accettare la risposta dei discepoli; addirittura vieta loro di ripeterla e di divulgarla. L’infatuazione popolare che era sempre sul punto di esplodere avrebbe finito col mettere in pericolo la sua missione, soprattutto di far luce sulla logica o dinamica della salvezza che era chiamato a portare.

L’ebreo era abituato a far coincidere benessere e protezione divina, quindi aveva collegato il messianismo e l’era messianica con una straordinaria manifestazione di gloria e di potenza (cf. la teologia del Deuteronomista), ma secondo quanto lo spirito andava suggerendo a Gesù era una connessione infondata, senz’altro erronea. Era la singolare notizia che egli aveva non solo da trasmettere ma soprattutto da fare intendere ai suoi. Non bastava un semplice annunzio, occorreva una catechesi vera e propria. «Da allora cominciò a dire apertamente», si tratta di un cambiamento tematico e tattico.

I discepoli avevano visto Gesù operare prodigi (capp. 8-9.14-15), avevano ascoltato le «parabole» del regno (c. 13) ma non avevano mai sentito parlare delle «prove» del messia, delle sue sofferenze, dei suoi insuccessi. Sarà questo il tema con cui d’ora in poi dovranno cominciare a prendere familiarità.

La comitiva apostolica si era trovata sino allora in Galilea, la terra di origine in cui ci si poteva muovere con una certa fiducia e tranquillità, ma era giunto il momento di doversene allontanare, di affrontare zone meno note e meno familiari, come la Samaria, o meno sicure, come la Giudea e soprattutto Gerusalemme, la sede del potere religioso e politico, delle scuole ufficiali della nazione. Un incontro che poteva diventare anche scontro. Se il maestro avesse continuato a parlare con la libertà rivendicata sino allora avrebbe ritrovato le difficoltà incontrate presso i corregionali (cf. Mt 9,14;12,2,24,38;15,l-19) e facilmente delle più gravi. «Farisei e scribi» erano già venuti a indagare sulla sua ortodossia (Mt 15,1); sarebbe stato temerario andarli a disturbare nella loro roccaforte, ma era una scelta a cui l’inviato divino non poteva sottrarsi. Un profeta non poteva tenersi lontano da Gerusalemme (cf. Lc 13,33). È quanto i suoi discepoli debbono ormai sapere.

Non si tratta tuttavia di una scelta facoltativa, ma d’obbligo. Ritorna il verbo fatidico «deve» (dei). Era come scritto nei decreti divini; in essi rientrava la missione gerosolimitana del Cristo. La frase che riassume il faticoso ministero nella città santa è pollá pathein, «soffrire molto» Non è spiegato il genere di sofferenze, ma sono segnalate le persone da cui provengono: gli anziani, i sommi sacerdoti, gli scribi. In pratica i componenti del Sinedrio. Si trattava di un cimento con l’organo giudiziario, dell’assoggettamento a un processo che si sarebbe concluso con una condanna a morte. Ma Gesù si sforza di rassicurare i suoi che questa sorte ignominiosa, sebbene la croce non sia menzionata, non segna una vittoria dei nemici quanto del decreto di Dio che già da tempo aveva previsto un tale esito (cf. Is 53), ma anche lo stravolgimento («risurrezione») che avrebbe provocato nella vita del Messia. «Se i principi di questo mondo», afferma Paolo, avessero previsto l’effetto della loro sentenza, «non avrebbero mai crocifisso il Signore della gloria» (1Cor 2,8).

Il verbo «risorgere» in contrapposizione a «messo a morte» allude non tanto a una semplice sopravvivenza quanto al passaggio nel regno, nel mondo della vera vita di cui quella presente era solo un’ombra. La morte avrebbe tolto Gesù dalla prima esistenza per trasferirlo in un’altra superiore ed eterna.

La reazione di Pietro è spontanea. Egli e i suoi compagni erano passati al seguito del loro rabbi con la speranza di venirsi a trovare a fianco del promesso discendente davidico in procinto di instaurare un’intramontabile dominazione su Israele e le genti, e più di una volta si erano trovati a discutere tra di loro su chi sarebbe toccato il posto più vicino al futuro sovrano. Il nuovo discorso di Gesù contraddiceva tutte le loro aspettative. Era un assurdo inaccettabile. Come più anziano del gruppo, Simone si sente in dovere di intervenire. Le cose che Gesù diceva contraddicevano tutte le speranze d’Israele, le promesse dei profeti: non potevano perciò provenire da Dio. Egli era talmente convinto del suo ragionamento che deve aver fatto ricorso a richiami accorati, prolungati, insistenti da provocare in Gesù una reazione decisa.

Anche questa volta, come nell’esperienza della trasfigurazione (Mc 9,6) o della lavanda dei piedi (Gv 13,8), Pietro partiva dal suo buon senso, ma non era il consigliere idoneo che lo poteva portare a capire i misteri di Dio, i segreti della salvezza. Gesù stigmatizza l’intervento di Pietro come un’istigazione satanica, dell’avversario per eccellenza dell’opera di Dio. Egli ha ripetuto le proposte avanzate da Satana all’apertura del suo ministero: che era meglio far leva sui prodigi e su altri segni di potenza che sul nascondimento per far leva sugli spettatori (Mt 4,1-11). Ma non era la strada che egli capiva essergli stata assegnata.

Certo la sofferenza, il martirio non era una prospettiva piacevole per nessuno; neanche per Gesù, ma se erano collegate con l’adempimento del proprio dovere diventavano inevitabili come il dovere stesso. L’uomo non può decidere su ciò che è bene e ciò che è male come una volta avevano preteso i progenitori (Gn 3,4), ma deve rimettersi alle decisioni di chi l’ha stabilito, il creatore del cielo e della terra.

La proposta di Simone è rovesciata radicalmente. Gesù non parla più all’apostolo ma a tutti i discepoli. La «croce» sarà il patibolo in cui egli finirà i suoi giorni, ma diventa il simbolo del cumulo di sofferenze, umiliazioni, abnegazioni, rinunce, prove che un discepolo di Cristo sarà costretto a subire a motivo della sua fede. Se il maestro sarà perseguitato a morte, i discepoli non possono cavarsela con qualche escoriazione. «Non c’è discepolo superiore al maestro» aveva già detto Gesù (Mt 10,24), che possa avere cioè un trattamento migliore del suo. Non c’è alternativa. Non si può essere cristiani all’acqua di rose. Far propria la testimonianza di Cristo, incarnare la sua legge di amore e di perdono, la sua sete e fame per la verità e la giustizia ed essere lasciati indisturbati.

L’evangelista ha toccato il tema della «salvezza» temporale ed eterna ora chiude il discorso con un richiamo al giudizio finale, all’incontro di tutti con il figlio dell’uomo che viene a rendere a ciascuno il premio o la condanna a seconda dei meriti o demeriti accumulati. Il testo riprende quanto è detto al termine della spiegazione della parabola della zizzania (Mt 13,41-42) e verrà descritto a lungo nella scena del giudizio ultimo (Mt 25,31-46).

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