Il nuovo Messale. Non soltanto parole o silenzi. A Messa conta anche il corpo

La Messa ha bisogno di «una complessiva e armonica attenzione verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parola e canto, gesti e silenzi, movimento del corpo, colori delle vesti liturgiche». E «possiede per sua natura una varietà di registri di comunicazione che le consentono di mirare al coinvolgimento di tutto l’essere umano», spiega la Cei nell’introduzione alla nuova edizione italiana del Messale Romano che dal 29 novembre, prima Domenica di Avvento, verrà adottato nella maggioranza delle diocesi della Penisola e che diventerà obbligatorio per tutte dalla domenica di Pasqua 2021.

Non solo l’ascolto e le preghiere, ma anche i gesti corporei entrano nei riti. L’Ordinamento generale del Messale Romano (Ogmr), collocato in apertura del volume, precisa che «l’atteggiamento comune del corpo, da osservarsi da tutti i partecipanti, è segno dell’unità dei membri della comunità cristiana riuniti per la sacra Liturgia: manifesta infatti e favorisce l’intenzione e i sentimenti dell’animo di coloro che partecipano». I gesti e gli atteggiamenti da seguire nella Messa sono quelli indicati al n. 43 dell’Ogmr, completato e dettagliato dalle Precisazioni indicate dalla Cei. La normativa liturgica infatti affida alle Conferenze episcopali nazionali la facoltà di introdurre «adattamenti» ritenuti necessari, secondo la cultura e le ragionevoli tradizioni dei vari popoli.

In piedi, seduti, in ginocchio

Queste sono le disposizioni per la partecipazione alla celebrazione eucaristica. Si sta in piedi dal canto d’ingresso fino alla colletta; si è seduti durante la prima e seconda Lettura e il Salmo responsoriale; si torna in piedi dall’acclamazione al Vangelo all’acclamazione che conclude la proclamazione del Vangelo (compresa cioè sia l’acclamazione abituale «Parola del Signore», sia il suo prolungamento nel canto, previsto dal Messale italiano); l’omelia e il breve silenzio successivo si seguono restando seduti; di nuovo in piedi dall’inizio della professione di fede fino alla conclusione della Preghiera dei fedeli; ci si siede alla presentazione e preparazione dei doni, ma ci si alza per l’incensazione dell’assemblea; se non si usa l’incenso, ci si alza comunque prima dell’orazione sulle offerte (in pratica dopo aver risposto all’invito alla preghiera dicendo «Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio… ») fino all’epiclesi sui doni (gesto dell’imposizione delle mani) esclusa; in ginocchio, se possibile, dall’inizio dell’epiclesi che precede il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia fino all’acclamazione «Mistero della fede»; si è di nuovo in piedi fino alla Comunione, dopo la quale si potrà stare in ginocchio o seduti. Ai riti di conclusione si sta in piedi dall’orazione dopo la Comunione sino alla fine della Messa. Nell’Ogmr (n. 43) si ricorda che «dove vi è la consuetudine che il popolo rimanga in ginocchio dall’acclamazione del Santo fino alla conclusione della Preghiera eucaristica e prima della Comunione, quando il sacerdote dice ‘Ecco l’Agnello di Dio’, tale uso può essere lodevolmente conservato».

Sempre nelle Precisazioni (n. 1) si afferma che le difficoltà dovute allo «stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi» possono giustificare una deroga dalla regola generale per singoli fedeli o per il sacerdote stesso. E’ da ricordare poi che ci sono quattro giorni nei quali la Liturgia della Parola prevede la sequenza. In due casi obbligatoria (Victimae Paschali laudes il giorno di Pasqua e il Veni Sancte Spiritus in quello di Pentecoste), in altri due facoltativa (Lauda Sion Salvatorem o Ecce panis Angelorum nella forma breve il giorno del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo e lo Stabat Mater in quello della Madonna Addolorata del 15 settembre). In quei casi la sequenza è collocata prima dell’acclamazione al Vangelo e quindi si applica la regola generale: si sta seduti.

Gianni Cardinale e Giacomo Gambassi, Avvenire, venerdì 27 novembre 2020

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