“Con la rugiada del tuo Spirito”

 

«Con la rugiada del tuo Spirito»

La nuova edizione italiana del Messale romano

 

A cinquant’anni dalla pubblicazione del messale di Paolo VI, vero e proprio simbolo del rinnovamento conciliare, la Chiesa italiana presenta la nuova edizione del Messale romano, «immagine fedele del cammino percorso dal rinnovamento liturgico nel nostro Paese». Goffredo Boselli, liturgista e monaco della comunità ecumenica di Bose, presenta in uno studio dettagliato le novità della nuova edizione che conferma in larghissima parte il testo del Messale del 1983 e offre una migliore e più attenta traduzione di alcune espressioni e di singoli vocaboli. Gli interventi riguardano i casi in cui è stata valutata una reale necessità di intervento e un effettivo guadagno in ordine alla fedeltà al testo latino, alla ricchezza del contenuto, alla qualità letteraria, alla comprensione, alla celebrabilità e cantabilità.

Se la liturgia è davvero Vangelo celebrato, il modo con il quale la Chiesa celebra il Vangelo rivela la coscienza e la pertinenza con le quali essa lo annuncia. La Chiesa evangelizza come celebra e celebra come evangelizza. Dalla vitalità del celebrare trae origine e raggiunge il suo vertice il dinamismo stesso dell’azione evangelizzatrice.

Le principali novità della terza edizione del Messale romano

Veniamo ai cambiamenti presenti nella terza edizione italiana del Messale romano che consistono in correzioni, modifiche, migliorie, aggiunte e anche alcune rimozioni. Ci limiteremo alle variazioni principali dei testi maggiori, anzitutto nell’Ordo Missae, quindi nelle Preghiere eucaristiche e in alcune orazioni.

A) L’Ordo Missae

Circa l’Ordo Missae, la scelta dei vescovi è stata quella di non apportare variazioni alle parti recitate dall’assemblea, eccetto quelle davvero necessarie. È qui infatti che si trovano quelle novità che hanno avuto più risonanza, cioè la modifica del testo del Padre nostro e quella dell’inizio del Gloria.

 Seguendo lo svolgimento del rito, la prima modifica che si incontra si trova nella formula di saluto: «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito santo siano con voi tutti» e non più «sia con tutti voi» e così le altre formule. Sebbene in latino il verbo è nella forma singolare, «sit cum omnibus vobis», la grammatica italiana chiede che il verbo sia coniugato al plurale, essendo tre i sostantivi con i quali si accorda «grazia, amore, comunione».

Una prima novità nelle parti recitate dall’intera assemblea riguarda la formula della confessione, il Confesso, dove alle due ricorrenze di «fratelli» è stato inserito anche «sorelle»: «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle che ho molto peccato […] e supplico la beata sempre Vergine Maria, gli angeli, i santi e voi, fratelli e sorelle, di pregare per me…». L’aggiunta di «sorelle» risponde a un semplice criterio di verità delle realtà umane e anche al principio della veritas liturgica, tanto cara alla riforma liturgica conciliare, che anche ogni formula e preghiera liturgica, per essere pienamente autentiche, sono chiamate a rispettare. La normale assemblea liturgica di una comunità cristiana è infatti composta da uomini e donne, per questa ragione la formula di confessione non può costringere il fedele a fingere che le donne non siano presenti. Soprattutto nel Confesso, la sola formula dove il fedele si rivolge direttamente in prima persona a tutti i presenti: «Confesso a Dio onnipotente a voi fratelli e sorelle…».

È oltremodo evidente che integrare l’equivalente femminile all’appellativo maschile che ricorre nel testo liturgico – «sorelle» con «fratelli», «figlie» con «figli», «donne» con «uomini» – non è solo fare ubbidienza al principio di realtà, ma anche un atto di inculturazione della liturgia in un contesto culturale e sociale dove l’uguaglianza uomo e donna è uno dei temi indubbiamente più attuali e sentiti.

Un’altra novità si trova nella triplice invocazione dell’atto penitenziale: Kýrie eléison e Christe eléison, sostituiscono «Signore pietà» e «Cristo pietà» (anche nelle formule tropate), recuperando così anche nel parlato l’antico uso della liturgia romana che, a seguito della riforma liturgica, nella maggior parte dei messali in lingua moderna era rimasto solo nella forma in canto.

Nell’inno Gloria si trova una modifica che avrà un significativo impatto. La frase «e pace in terra agli uomini di buona volontà», che traduce alla lettera il testo latino, «et in terra pax hominibus bonae voluntatis», è sostituita con «e pace in terra agli uomini amati dal Signore». L’intenzione è quella di offrire una traduzione più fedele al ricco significato di eudokias del testo greco del canto degli angeli nel terzo vangelo (Lc 2,14), che letteralmente significa «di benevolenza (sua)» e che la Bibbia CEI traduce con «che egli ama». È immediato osservare che l’espressione «amati dal Signore» non corrisponde esattamente all’originale testo greco e che la versione della Bibbia CEI è la traduzione più corretta e immediata. Tuttavia, dopo attenta valutazione per il Messale è stata preferita l’espressione «amati dal Signore» in quanto, per numero di sillabe e accenti tonici, può essere sostituita al testo finora in uso senza creare problemi di cantabilità nelle melodie già esistenti e diffuse dell’inno.

Nei riti di comunione troviamo la novità più nota di questa nuova edizione del Messale italiano, cioè la nuova traduzione del Padre nostro, di cui molto si è parlato e scritto. Questa modifica è stata anche il testo più discusso dai vescovi nelle diverse assemblee generali che si sono occupate del Messale. Si trattava di scegliere se mantenere la versione finora in uso, «e non ci indurre in tentazione», oppure recepire nella liturgia la modifica già approvata nel 2008 dall’episcopato in occasione della nuova traduzione della Bibbia CEI «e non abbandonarci alla tentazione». Dopo ampi dibattiti nel corso dei quali sono state proposte anche altre possibile formulazioni (tra cui «non abbandonarci nella tentazione), i vescovi hanno approvato l’introduzione nel Messale della versione della Bibbia CEI. La scelta dei vescovi non risponde alla necessità di una fedeltà materiale al testo greco, ma a una scelta di carattere pastorale. Il verbo greco dei vangeli (eispherô) tradotto nella precedente versione del Padre nostro con «indurre», in effetti significa «portare verso, portare dentro», e può essere anche reso con «non permettere che entriamo, non farci entrare». Tuttavia, va a giusto titolo riconosciuto che al nostro orecchio moderno l’espressione «indurre in tentazione» porta a pensare che il Padre, soggetto del periodo, spinga e in qualche modo provochi alla tentazione, tradendo un’immagine di Dio non pienamente evangelica, come in più occasioni ha rilevato anche papa Francesco. Nella versione italiana, dicendo «non ci abbandonare alla tentazione», chi prega chiede al Padre di essere preservato dalla tentazione e, al tempo stesso, di non essere da lui abbandonato alla forza delle tentazione.

Non bisogna dimenticare la seconda modifica introdotta nel Padre nostro: per fedeltà sia all’originale greco sia alla versione latina, è stata inoltre introdotta la congiunzione «anche» assente nella traduzione finora in uso: «Come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori».

Sempre nei riti di comunione, è stata modificata e ritradotta la formula che segue immediatamente l’Agnello di Dio:

Messale 1983

Beati gli invitati alla Cena del Signore.

Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo.

Messale 2019

Ecco l’Agnello di Dio,

ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello.

Questa modifica ha un valore rilevante perché in primo luogo ripristina la successione originaria della sequenza rituale, che le due precedenti edizioni italiane del Messale avevano scelto di modificare, invertendo l’ordine della frasi, forse non comprendendo la mens rituale sottostante. Il presbitero, presentando all’assemblea il pane spezzato e il calice, riprende l’invocazione «Agnello di Dio» della triplice litania appena cantata e lo completa citando alla lettera l’espressione del Battista nel quarto vangelo «Ecco l’Agnello di Dio», e aggiungendo «ecco colui che toglie i peccati del mondo». La nuova traduzione rende anche la ripetizione enfatica dell’«ecco», assente nel testo finora in uso.

Ma il valore della novità di questa sequenza rituale consiste soprattutto nell’aver tradotto fedelmente il testo latino «Beati qui ad cenam Agni vocati sunt», «Beati gli invitati alla cena dell’Agnello» riconsegnando così alla liturgia la citazione diretta, sebbene non completa, dall’Apocalisse di Giovanni (cfr. Ap 19,9) introdotta dalla riforma dell’Ordo Missae del Messale di Paolo VI. Nelle edizioni precedenti, i traduttori italiani hanno preferito rendere «cenam Agni» con

«Cena del Signore», ponendo in ombra la dimensione escatologica che questa espressione giovannea contiene ed evoca.

Il Messale di Paolo VI, facendo seguire alla formula «Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi», già presente nel Messale di Pio V, il versetto «Beati qui ad cenam Agni vocati sunt», fa della beatitudine giovannea il culmine a cui giunge la frazione del pane, aprendo questo rito a una dimensione escatologica essenziale alla celebrazione eucaristica. La tavola del Signore sulla quale la Chiesa celebra il memoriale della Pasqua di Cristo e la tavola della cena dell’Agnello sono un’unica tavola. Quella della Chiesa è sacramento di quella del cielo.

Nei riti di conclusione è stata inserita una nuova formula di congedo presente nell’edizione tipica latina del Messale: «Andate e annunciate il Vangelo del Signore». La prima formula propria del Messale italiano dell’83, «La gioia del Signore sia la nostra forza» è stata modificata in «La gioia del Signore sia la vostra forza». Infine, i vescovi italiani danno la possibilità di congedare l’assemblea con la formula tradizionale latina: Ite, missa est. Deo gratias.

B) Le preghiere eucaristiche

Nel loro insieme, i testi delle preghiere eucaristiche hanno mantenuto la traduzione del Messale del 1983. Sono state introdotte modifiche là dove una maggiore fedeltà al testo latino apportava una maggiore precisione del contenuto e un arricchimento di significato.

Le parole del Signore nei racconti dell’istituzione, come noto uguali in tutte le preghiere eucaristiche, sono restate invariate. È invece cambiata la formula che, dopo le parole del Signore sul pane, introduce quelle sul calice, una formula identica alle preghiere eucaristiche I, II, III e Riconciliazione I.

Nel Messale dell’83 si legge: «Dopo la cena, allo stesso modo…», ora si legge, «Allo stesso modo, dopo aver cenato…», in latino «Simili modo, postquam cenatum est». Il «Vere sanctus», che è la formula tipica con la quale nella tradizione anaforica latina si denomina la parte che segue il canto del Santo, fino ad ora tradotta con «Padre veramente santo…» (nelle preghiere eucaristiche II, III e Riconciliazione I), ora è resa con «Veramente santo sei tu, o Padre…». L’intenzione evidente è quella di rispettare la funzione propria dell’avverbio latino «vere», che fa da termine ponte tra il canto del Santo e la santificazione dei doni, particolarmente evidente nella Preghiera eucaristia II: «Veramente santo sei tu o Padre, fonte di ogni santità. Ti preghiamo: santifica questi doni…».

Passando in rassegna le preghiere eucaristiche, due sono le modifiche più significative introdotte nel Canone romano. Il passaggio del post Sancuts che nel Messale dell’83 recita «di accettare questi doni, di benedire queste offerte, questo santo e immacolato sacrificio», è ora reso con «di accettare e benedire questi doni, queste offerte, questo sacrificio puro e santo»; l’aggettivo «puro» traduce il termine latino «illibata», invece di «immacolato». L’espressione latina «memento […] omnium circustantium» dell’intercessione per i vivi che recitava «ricordati di tutti i presenti», è stata tradotta con «ricordati di tutti coloro che sono qui riuniti». Il termine «presenti» è sembrato non esprime a sufficienza il senso figurato di circumstantes, uno dei termini più caratteristici del Canone romano. I fedeli non sono semplicemente presenti ma, alla lettera, «coloro che stanno attorno» e dunque sono riuniti, radunati.

Nell’epiclesi sui doni della Preghiera eucaristica II, che fino a ora recitava «santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito», è stata recuperata l’espressione latina «Spiritus tui rore santifica», «santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito», che rende certamente più suggestiva l’immagine della venuta dello Spirito sui doni come una rugiada. L’inizio del racconto dell’istituzione da «offrendosi liberamente alla sua passione» diventa «consegnandosi volontariamente alla passione» di certo più fedele al testo latino «Passioni voluntarie traderetur», specie nel rendere il verbo tradere, che indica non tanto un offrirsi – che in questo contesto assume una indubbia valenza cultuale – ma l’atto di consegnarsi da parte di Gesù nelle mani degli uomini. Com’è noto, il verbo tradere ricorre anche nelle parole del Signore sul pane («quod pro vobis tradetur»). Inoltre, l’avverbio «voluntarie» è reso con «volontariamente», esprimendo un atto di volontà da parte di Gesù.

Nell’anamnesi, la celebre formula latina «astare coram te et tibi ministrare» che nel Messale dell’83 è «per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale» ora è resa con «perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza…». L’espressione latina «universo clero» che conclude l’intercessione per la Chiesa, «in unione con il nostro papa N., il nostro Vescovo N., e tutto l’ordine sacerdotale», è sostituita da «i presbiteri e i diaconi». In conformità al decreto del 2011 di papa Benedetto XVI, è stata inserita la memoria di San Giuseppe nelle preghiere eucaristiche II, III, IV.

Tra le modifiche della traduzione della Preghiera eucaristica III, rappresenta un significativo guadagno l’esplicitazione dello Spirito santo all’inizio della parte che segue immediatamente l’epiclesi sui comunicanti. Il Messale dell’83 recita: «Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito», mentre nella nuova traduzione, «Lo Spirito santo faccia di noi un’offerta (munus) perenne a te gradita».

Circa la Preghiera eucaristica IV, nel passaggio nel quale si afferma che Dio ha affidato all’uomo la cura del mondo intero perché, si legge nel testo precedente, «esercitasse il dominio su tutto il creato»; al termine «dominio», con valenza negativa, è stato preferito «signoria»: «esercitasse la signoria su tutte le creature». E stata poi apportata una correzione grammaticale, là dove il testo dell’83 recita «… e risorgendo distrusse la morte e rinnovò la vita. E perché non viviamo più per noi stessi…». Vi è qui un evidente errore di consecutio temporum, cioè di concordanza dei tempi verbali: al passato remoto di «distrusse» e «rinnovò» della preposizione principale non può seguire, nella preposizione subordinata, il presente «viviamo». Pertanto è stato così reso: «E perché non vivessimo più per noi stessi…».

C) Le orazioni e i prefazi

Per una certa famigliarità acquisita negli anni, i vescovi hanno scelto di non modificare i testi delle orazioni delle principali solennità e di apportare poche ma apprezzabili modifiche alle orazioni del Messale. Sono state invece sottoposte a una maggiore revisione la serie di orazioni collette del Messale 1983 redatte in italiano per ciascuna delle domeniche del ciclo triennale del Lezionario. Ne è stato semplificato il contenuto talvolta verboso, prolisso e didascalico. Ne è stato alleggerito il periodare spesso caratterizzato da paratassi, al fine di renderlo più piano e di facile comprensione. In alcuni casi, la colletta è stata riscritta cercando di far emergere con maggiore chiarezza la pagina di vangelo proclamato.

La nuova edizione del Messale: punto di arrivo e punto di partenza

Se la pubblicazione della terza edizione del Messale romano rappresenta il punto di arrivo di un cammino durato quasi vent’anni, nondimeno segna anche l’avvio ideale di un percorso che porterà alla quarta edizione italiana del Messale. Se il Messale del 1983 è durato trentasei anni, questo significa la Chiesa italiana dispone di un tempo particolarmente ampio per avviare un cammino ecclesiale che coinvolga non solo vescovi ed esperti ma quanti si confrontano con la quotidiana vita liturgica delle comunità cristiane e il reale rapporto dei credenti con la liturgia. Si tratta dunque di coinvolgere in un itinerario di analisi, verifica, discernimento e proposizione che coinvolga presbiteri, diaconi, operatori e operatrici pastorali, fedeli assidui alle celebrazioni e anche persone che prendono parte alle liturgie solo nelle principali feste o in alcune circostanze particolari e che, tuttavia, lo fanno in modo consapevole e intelligente. Spesso, occorre riconoscerlo, gli uomini e le donne meno assidui e anche lontani dalla Chiesa – i cosiddetti «credenti non praticanti» – sanno dare una lettura particolarmente lucida della sua vita, offrendo talvolta perfino una critica evangelica della qualità e della credibilità del suo messaggio.

Di fronte alla lenta ma pervasiva erosione del numero dei partecipanti alle assemblee eucaristiche domenicali, e in particolare alla vistosa assenza dei giovani e soprattutto delle giovani donne, inculturare la liturgia non sarà più solo questione di aggiornamento ma sarà questione di sopravvivenza di fronte a quello che papa Francesco ha più volte definito «non un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’epoca». È in questo inedito contesto sociale e culturale e in questa precisa stagione ecclesiale che con il motu proprio Magnum Principium papa Francesco ha dato alle Conferenze episcopali una autonomia in materia liturgica che mai hanno avuto prima d’ora.

Non cogliere questa opportunità significherà dissipare una provvidenziale possibilità e, in qualche modo, mostrare di non credere fino in fondo al ruolo essenziale della liturgia nella vita della Chiesa e al suo compito decisivo nella dinamica dell’evangelizzazione. Miope se non insensato sarebbe pensare di poter inculturare il Vangelo nelle società occidentali della prima metà del XXI secolo, senza porre in modo autorevole la questione dell’inculturazione dei riti, dei gesti, dei testi e dei contenuti della liturgia.

Tutto questo domanda un serio e convinto itinerario di riflessione tanto pastorale quanto accademica che miri a una rinnovata inculturazione della liturgia. Condotta con una sapiente creatività scevra da ideologie di ogni tendenza e provenienza. Capace di attingere l’essenziale dal deposito della fede per spogliarlo, alla luce del Vangelo, di quelle sovrastrutture culturali accumulate nel corso dei secoli. Un processo di inculturazione della liturgia condotto alla luce di contenuti teologici solidi e profondi, passati al vaglio dell’intelligenza e del discernimento spirituale e, in fine, guidato da un senso pastorale che fa delle reali situazioni e condizioni delle persone il criterio ultimo e dirimente.

Il principio della «partecipazione attiva» rappresenta, senza ombra di dubbio, un’acquisizione irrinunciabile e un punto di non ritorno; ciò che vi è in gioco, infatti, è la natura stessa della liturgia cristiana e la sua qualità evangelica.

La nuova edizione del Messale italiano chiama tutti a una grande responsabilità non solo a conoscerlo nelle sue ricchezze e utilizzarlo in tutte le sue potenzialità, ma anche a pensare e lavorare per il Messale della Chiesa e del cristianesimo che ci attende, nella consapevolezza che il rinnovamento della Chiesa passa ancora oggi e passerà ancora di più domani dal rinnovamento della liturgia.

 

a cura di don Nino Prisciandaro

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