Esserci, aprile 2006

 

Benvenuto, Ecc.za Rev.ma Mons. Nicola Girasoli

Eccellenza Reverendissima, a nome di tutta questa carissima comunità parrocchiale di S. Maria della Stella in Terlizzi, Le dò il benvenuto tra noi.

A nome di tutta questa giovane e vivace famiglia parrocchiale, Le dico grazie per aver accettato di presiedere quest’oggi l’Eucarestia per noi.

La Sua presenza ci onora e ci arricchisce di grazia.

Oggi anche noi godiamo delle primizie del Suo alto ministero di novello pastore.

Oggi anche noi respiriamo la fragranza del Sacro Crisma che, appena una settimana fa, è stato abbondantemente riversato sul Suo capo.

Questa di oggi costituisce per tutti noi una data che si incide a caratteri forti nella storia di questa realtà parrocchiale.

E’ la data del passaggio di un umile e coraggioso successore degli Apostoli in mezzo a questa porzione di gregge del popolo di Dio, fatto di gente umile e onesta, capace di accoglienza vera e di cordialità profonda, temprata dal sacrificio e fortificata dalla fede, innamorata di Gesù Cristo e desiderosa di amarLo e testimoniarLo sempre di più.

Come ricordo e come segno di affetto, abbiamo pensato di offrirLe una mitria con la raffigurazione della nostra amatissima S. Maria della Stella, per augurarLe di sperimentare dappertutto la Sua presenza amorevole e materna e di sentirLa come guida di tutti i suoi passi.

Le auguriamo inoltre che nella Sua persona risplenda il fulgore della santità.

Oggi, peraltro, ricorre la festa di S. Giuseppe.

Pensavo: come il patriarca Abramo, come il patriarca S. Giuseppe, anche Lei, Eccellenza, è stato costituito patriarca, padre di una moltitudine di fratelli in terra d’Africa.

Non si senta mai solo. Il Signore è il Suo Custode.

Insieme alla intercessione della SS.ma Vergine, di San Giuseppe, di San Pio da Pietrelcina, sappia che ci sono molti cuori che hanno pregato e continueranno a pregare per Lei.

Siamo certi del Suo ricordo per noi presso il Signore.

E ogni volta che tornerà in Italia, venga ancora tra noi.

Troverà aperte non solo le porte di questo Tempio ma anche le porte dei nostri cuori.

Terlizzi, 19 marzo 2006

don Michele

 

 

In occasione dell’udienza privata concessa dal Santo Padre a S.E. Mons. Nicola Girasoli e ad alcuni suoi familiari ed amici il 13 marzo u.s., ho avuto il dono indicibile di poter chiedere personalmente al Sommo Pontefice una speciale benedizione apostolica per la nostra Comunità parrocchiale.

 

Padre Santo,

rendo infinite grazie al nostro “Dio che è Amore” per il dono impagabile e singolare: mi concede di incontrare personalmente il Vicario di Cristo in terra! Mio Dio! Che gioia e che confusione!

E rendo grazie a Lei, Padre Santo, per il suo quotidiano e infaticabile spendersi, senza risparmio, nella splendida e complessa Vigna del Signore!

Insieme alla nuova Comunità parrocchiale che al buon Dio è piaciuto affidarmi, le assicuro la mia quotidiana e filiale preghiera a Colui che è Sorgente di ogni grazia e alla Sua Madre tenerissima. E rinnovo totale e incondizionata fedeltà al Suo supremo magistero di successore dell’Apostolo Pietro.

Con la stessa Comunità parrocchiale di S. Maria della Stella imploro il Suo paterno ricordo nella preghiera e la Sua Apostolica Benedizione.

Suo indegnissimo figlio in Cristo Gesù.

sac. Michele Del Vecchio

Roma, 13 marzo 2006

 

Alla benedizione impartitami dal Vicario di Cristo, ha fatto seguito la lettera qui riportata:

 

Reverendo Signore,

con devota lettera del 13 marzo scorso, Ella, anche a come di codesta Comunità parrocchiale, ha voluto inviare al Sommo Pontefice Benedetto XVI un affettuoso messaggio di venerazione, manifestando viva gratitudine per il dono della prima lettera enciclica “Deus caritas est” ed unendo un obolo per le Sue opere caritative.

Il Santo Padre, riconoscente per il premuroso gesto e, in particolare per le preghiere elevate secondo le Sue intenzioni, mentre auspica che la contemplazione del mistero dell’Amore di Dio sia fonte di sempre nuovo stupore e intima gioia, suscitando il desiderio di testimoniare anche agli uomini del nostro tempo il gioioso annuncio del Vangelo, invoca la celeste protezione della Vergine Maria e volentieri imparte a lei ed a quanti sono affidati alle sue cure pastorali la Benedizione Apostolica.

Profitto della circostanza per confermarmi con sensi di distinto ossequio, dev.mo nel Signore

Mons. Gabriele Caccia, assessore

Dal Vaticano, 27 marzo 2006

 

Dio è amore

Enciclica del sommo pontefice Benedetto XVI ai Vescovi, ai Presbiteri e ai Diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici

“Dio è amore e noi abbiamo creduto all’amore di Dio” (1Gv 4,16)

Con queste parole l’Apostolo Giovanni fa una sintesi meravigliosa di Dio, la persona che il cristiano ha imparato a conoscere e ad incontrare e che ha dato alla “sua vita un nuovo orizzonte e una direzione decisiva” (1) in “un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza” (1).

Partendo dalle parole di Giovanni, il Santo Padre Benedetto XVI, prendendoci per mano, ci aiuta a scoprire e capire i vari tratteggi che la parola “amore” assume nel linguaggio umano.

Si parla di amore esclusivo tra uomo e donna, l’eros, in cui la coppia scopre un’ebrezza che sottomette la ragione, una forza “che strappa l’uomo alla limitatezza della sua esistenza, e in questo essere sconvolto da una potenza divina gli fa sperimentare la più alta beatitudine” (4). Per questo motivo l’eros veniva celebrato come comunione con il Divino nei culti della fertilità, rendendolo forma di religione. Ma in questa forma di religione la donna veniva trattata solo come mezzo per raggiungere tale pazzia divina, per questo nell’Antico Testamento l’eros non veniva considerato come “estasi verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo” (4).

Tolto l’eros dalla sfera del divino, l’uomo religioso comprende che “non sono né lo spirito, né il corpo da soli ad amare, ma è l’uomo, la persona, che ama come creatura unitaria di cui fanno parte corpo e anima” (5).

Il Vangelo secondo Giovanni parla di un “amore di amicizia” (3), chiamato philia, per esprimere il rapporto tra Gesù e i suoi discepoli, ma è attraverso la parola agape che la parola amore “denota indubbiamente la novità del cristianesimo” (3).

Se l’eros era un amore esclusivo ed egoistico, l’agape “supera il carattere egoistico e diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebrezza della felicità, cerca invece il bene dell’amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca” (6).  “In realtà eros e agape non si lasciano mai separare completamente l’uno dall’altro. Quanto più ambedue trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura dell’amore” (7). L’unione delle due dimensioni, eros e agape, si realizza nelle immagini di Dio e dell’uomo tratte dalla Bibbia. Il rapporto di Dio con Israele viene illustrato mediante le metafore del fidanzamento e del matrimonio, per questo l’idolatria è vista come adulterio e prostituzione.

L’eros di Dio per l’uomo è insieme totalmente agape. Non soltanto perché viene donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente, ma anche perché è amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore” (10).

Dice inoltre il Santo Padre: “La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti. Un realismo inaudito. Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo” (12). “A questo atto di offerta Gesù ha dato una presenza duratura attraverso l’istituzione dell’Eucaristia” (13). Ora, nell’unione Eucaristica con Cristo “io non posso avere Cristo solo per me. La comunione mi tira fuori di me stesso verso di Lui, e così anche verso l’unità con tutti i cristiani. Da ciò si comprende come agape sia ora diventata anche un nome dell’Eucaristia: in essa l’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi (14).

Ora poiché “è proprio della maturità dell’amore coinvolgere l’uomo nella sua interezza, il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento, ecco perché nella storia d’amore tra Dio e l’uomo, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre più” (17). Ecco allora che il precetto dell’amore non diviene più un comandamento imposto dall’esterno, bensì “un’esperienza dell’amore donato dall’interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri” (18), una partecipazione che passa attraverso l’annuncio della Parola (kerigma), la celebrazione dei sacramenti (leiturgia) e il servizio della carità (diakonia), espressioni tutte “dell’amore ben ordinato del prossimo” (21).

La Chiesa vive così la sua fede verso il suo Signore, ed è “la fede che permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito senza imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa” (28). “Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore” (31c).

Talvolta la smisuratezza del bisogno può spingere l’uomo alla ricerca di soluzioni universali ad ogni problema senza attendere i tempi di Dio, ma “spesso non ci è dato conoscere il motivo per cui Dio trattiene il suo braccio invece di intervenire” (38), una domanda che anche l’uomo orante, in preghiera, si pone dinanzi al volto di Dio: “Fino a quando esiterai ancora, Signore, tu che sei santo e verace” (Ap 6,10), un interrogativo a cui Agostino ha dato come risposta “se tu lo comprendi, allora non è Dio”. “I cristiani infatti continuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella «bontà di Dio» e nel «suo amore per gli uomini» (Tt 3,4). Essi, pur immersi come gli altri uomini nella drammatica complessità delle vicende della storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi” (38).

don Mario, diacono

 

Verso Verona

Dopo il Concilio, la Chiesa ha celebrato, ogni 10 anni, dei Convegni Ecclesiali nazionali per considerare il ruolo dei cristiani nel contesto in cui vivono ed operano, e per guardare al futuro.

Questi i temi dei tre precedenti Convegni Ecclesiali:

-Roma 1976: “Evangelizzazione e promozione umana”;

-Loreto 1985: “Riconciliazione e comunità degli uomini”;

-Palermo 1995: “Il Vangelo della carità, per una nuova società in Italia”.

Dal 16 al 20 ottobre di  quest’anno il 4° Convegno Ecclesiale si celebrerà a Verona sul tema: “Testimoni di Gesù Risorto, speranza nel mondo”.

E’ evidente che, dopo aver privilegiato il Vangelo della fede e della carità nei precedenti convegni, l’appuntamento di Verona vuole privilegiare il Vangelo della speranza. Per far questo si basa sul testo biblico della Prima Lettera di San Pietro.

Il cambiamento culturale in atto esige che la parola della fede sia non solo ripetuta, ma anche “ripensata”. E, conseguentemente, richiede che la pastorale sia strutturata con un’impostazione missionaria.

E’ già in corso in tutte le diocesi una preparazione a tale evento di Chiesa, come pure è già in atto la fase preparatoria al convegno, finalizzata ad aiutare le comunità cristiane a riflettere sulle tematiche del vissuto quotidiano in modo costruttivo, così da superare gli atteggiamenti di rimozione dei problemi o di contrapposizione.

Tale fase è articolata in cinque ambiti:

  1. la tradizione, come esercizio del trasmettere la fede (s’è tenuto a Palermo nel novembre 2005);
  2. la vita affettiva (s’è tenuto a Terni nel febbraio 2006);
  3. la fragilità, come esperienza del limite (si terrà a Novara in marzo-aprile);
  4. la cittadinanza (si terrà ad Arezzo in maggio);
  5. il lavoro-festa (si terrà a Rimini in giugno).

E’ un evento che l’intera Chiesa si sta preparando a vivere per aiutare il laicato italiano a tentare nuove sintesi, tra testimonianza e proposte di vita alle persone, nella complessità moderna. L’annunciare Gesù Risorto, speranza del mondo, e l’offrire veraci orizzonti di senso all’uomo di oggi, sono le sfide che ci attendono.

Vogliamo pregare Maria, Madre della Chiesa, perché illumini e guidi anche in questi mesi il cammino della Chiesa italiana. E che il Convegno di Verona lasci in tutti noi segni significativi di vitalità nuova.

sac. Michele Dl Vecchio

 

Se questo è un oratorio…

Abbiamo spesso parlato dell’Oratorio sulle pagine di questo giornale spiegando com’è nato, come si stava evolvendo, quali problemi incontrava e soprattutto abbiamo manifestato le speranze, in verità molte, nutrite per il futuro, di un numero sempre crescente di iscritti e di attività.

Non abbiamo sperato altro: che a frequentare fossero sempre più ragazzi e ragazze e che trovassero davvero tanta possibilità di praticare sport e divertirsi in serenità. Di questi due obiettivi, uno è centrato, e alla grande, in quanto il numero degli iscritti ha superato di molto quota 270, l’altro decisamente no, in quanto nel nostro oratorio i giochi non si svolgono in modo civile, educato e responsabile.

Si sentono lamentele, si avverte disagio da parte dell’utenza e molti genitori si stanno pentendo di aver speso i 5 euro per iscrivere il proprio figlio, che spesso è bersaglio di pallonate in faccia o è costretto a non giocare per la prevaricazione dei più grandi e robusti compagni. Nella peggiore delle ipotesi si sentono anche bestemmie che mal si addicono ad un ambiente annesso alla parrocchia, anch’esso con la caratteristica della sacralità.

Un rimedio ci sarebbe: chiudere i battenti e cacciare tutti i ragazzi, rimborsando la loro quota annuale, scusandoci per la nostra inettitudine. Ma chi si dovrebbe sentire coinvolto in prima persona per un’eventuale disfatta? Senz’altro i responsabili: cioè un esiguo numero di persone che hanno reso possibile tale miracolo ed ora si arrabattano per dare ad esso una storia ed un futuro, sacrificando il loro tempo prezioso nell’assicurare e garantire sorveglianza e spesso soffrendo nel constatare che, per tanti ragazzi, gli spazi sono esigui e le attrezzature sportive, messe a loro disposizione, davvero ridicole.

Nonostante tutto, tra immani sforzi si va avanti. Di chiudere, per il momento, non se ne parla, finché tale prezioso servizio sarà assicurato. Ma, se tale articolo potrà avere un senso, permettetemi di lanciare qualche proposta: e se alcuni genitori capissero che è vitale la collaborazione di tutti per ottimizzare la qualità dell’impegno oratoriale? E se gli stessi ragazzi entrassero finalmente nell’ordine delle idee che gli spazi, gli strumenti e le persone presenti nell’oratorio vanno rispettati nell’interesse di tutti? Ma se ciò non è sufficientemente compreso, non sarebbe giusto dare il via ad una serie di incontri formativi perché il senso di responsabilità e la crescita umana, civile e sociale abbiano la loro giusta lievitazione? Chi vuol intendere, intenda.

Tranquilli ragazzi, l’oratorio non chiuderà, perché è diventato per noi una scommessa nei vostri confronti.

Francesco Santeramo

 

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