Esserci, febbraio 1997

 

Con la voglia di vivere

Ciò che più conta è la vita. Da sempre si apprezzano tutti i progetti e gli sforzi che ciascuno fa per rendere la propria vita e quella degli altri più felice e riuscita. Tutte le età dell’esistenza umana portano con sé desideri e aspirazioni; una più di tutte, la giovinezza. Età sempre discussa, specie di questi tempi; inevitabilmente sospesa tra giudizi diversi e contrastanti: tempo di disimpegno morale e della noia, oppure tempo di responsabilità sorprendenti e di vivacità fruttuosa.

Personalmente, pur senza nascondere lo sconcerto di fronte a certe manifestazioni “mortali” dell’essere giovani (e non penso solo agli idioti dei cavalcavia), noto nella maggior parte dei giovani tanta voglia di vivere, di realizzare i propri progetti di vita, di sperare nel futuro preparandolo, di sobbarcarsi di grosse responsabilità, per sé e per gli altri, a volte contro tutti e contro tutto. Noto, se non altro, il coraggio di cercare ancora, senza arrendersi, nonostante tutto, la piena realizzazione di sé nella felicità, con slanci di generosità esemplari, anche per gli adulti, e nel rispetto dei valori.

Tutto questo ed altro ancora, ho potuto scoprire nella vita e nella morte di Gaetano, sebbene il desiderio di tutti sia quello di averlo ancora con noi. Eppure, la fede in Cristo, vivo per sempre, riesce a lenire l’amarezza per una vicenda assurda e a ricolmarci di speranza, perché di giovani come Gaetano ce ne sono tantissimi. Anzi, la memoria che conserveremo di lui e la sua preghiera di “puro di cuore” serviranno a renderci migliori, più responsabili di noi stessi e attenti alla vita degli altri, consapevoli o no di camminare verso la nostra meta.

Dai rottami di quel treno, in cui si è spenta la tua giovinezza, caro Gaetano, noi impariamo ad accettare i nostri molteplici limiti, a rafforzare la nostra fedeltà agli impegni di questa vita di fronte agli uomini e agli avvenimenti, per costruire quel mondo che Dio desidera, dove nessuno è d’intralcio all’altro. E, infine, impariamo che il luogo autentico della sofferenza e della morte dell’uomo è nel compimento del suo dovere umano.

Solo passando il tempo a “morire” possiamo vivere. Cristo accoglierà definitivamente i nostri sforzi. Dal luogo del tuo riposo, caro Gaetano, sostienici fraternamente, perché la voglia di vivere non ci possa mancare.

don Francesco

 

Quaresima: so cosa farò

Quaresima: tempo di riflessione! E su cosa devo riflettere?

-Su una incarnazione che si fa redenzione per ogni uomo.

-Su di un regno inaugurato.

-Sul bisogno di cambiare qualcosa nella propria vita.

-Su una Persona che mi parla nel linguaggio dell’amore.

Ossia sulla VITA che entra nella mia vita per aiutarla a capire e a scegliere.

Capire che abbiamo una sola vita da vivere e scegliere il modo migliore per farlo.

Questa VITA mi invita: Ama il tuo prossimo come te stesso.

COME ME STESSO

Il giorno della Resurrezione del mio Signore e Salvatore sarà giorno di festa con i miei, scambio di auguri con tuti, di sorrisi distribuiti senza conto a nessuno.

Perché non augurarlo anche a colui che non incontrerò ed averlo come ospite a casa mia?

Ecco allora cosa farò in questa Quaresima, ecco cosa auguro di fare di cuore a ciascuno di noi.

Un invito ad uno sconosciuto perché nel bisogno. Se non lo importunerò per sedersi a tavola con me, per la discrezione della sua vita, mi preoccuperò che sia felice a casa sua con i suoi, come se fosse a casa mia.

Mi alzerò e realizzerò questo gesto.

Sarà sorriso per l’uomo e gioia nel cielo, ed il Risorto che incontrerò mi stringerà la mano e mi strizzerà l’occhio perché era Lui l’invitato sconosciuto a cui penserò.

don Mario, diacono

 

Le origini della chiesa (parte seconda)

Al di là di quanto sin qui detto, la mancanza di ulteriori supporti documentari, rende oltremodo difficile poter ricostruire organicamente le vicende legate alla vita della nostra chiesa.

Qualche spiraglio conoscitivo ci viene offerto dalla visita apostolica condotta da Mons. Antonio Pacecco nel 1725, allorquando però il sacro edificio versa in uno stato di profondo abbandono, così come emerge dalla lettura degli Atti che qui conviene in breve proporre nei passi più significativi: “La chiesa di Santa Maria della Stella è ubicata ai margini della strada che conduce a Bitonto, (…) è costituita da una sola navata con pareti ben salde, (…) la sacrestia è allogata alle spalle dell’altare maggiore, indecente e sporco, su cui si trova l’immagine della Beata Vergine, volgarmente detta della Stella; (…) sulle pareti laterali vi sono due altari, uno sotto il titolo di San Nicola, dipinto su tela quasi lacera contornata da candelabri fatiscenti, l’altro dedicato alla Madonna del Carmelo, di patronato della famiglia Sangiorgio, e pur esso in condizioni di estrema precarietà; (…) il tetto è quasi tutto diruto e, a causa delle infiltrazioni privane, l’intero ambiente è pregno di muffe e umidità; (…) per tutto quanto sopra il Visitatore ordina di ripristinare la chiesa in uno stato decente e conveniente, decretandone nell’attesa la sospensione dal culto”.

Ma l’intimazione del Pacecco non ha alcun riscontro, giacché a distanza di circa trent’anni, precisamente nel 1755, in occasione di un’altra visita, questa volta pastorale, condotta dal Vescovo diocesano Giuseppe Orlandi, la chiesa risulta ancora in uno stato di degrado, tanto da costringere l’Ordinario a confermare la sospensione dell’edificio da ogni pratica religiosa e ad ordinare perentoriamente al patrono di provvedere con urgenza alle riparazioni necessarie.

Trascorrono però ancora molti anni prima che la chiesa possa assurgere a dignità sacra: il beneficio, infatti, per le reiterate inadempienze dei patroni titolari, diviene di collocazione vescovile e conseguentemente, nel 1822, Mons. Filippo Giudice Caracciolo addiviene alla decisione di affidare alla nascente confraternita di Santa Maria della Stella il compito di restaurare decorosamente l’intera struttura.

Il compito viene assolto e da quella data sino all’erezione parrocchiale (1971) le vicende della chiesa si coniugano sostanzialmente con quelle del pio sodalizio, la cui istituzione viene ufficialmente sancita da Ferdinando I re di Napoli il 9 maggio 1823.

Angelo D’Ambrosio

 

La storia della confraternita (parte seconda)

Pur con gli opportuni adattamenti dovuti al mutare dei tempi, i sette Capi dello Statuto restano, ancor oggi, i principi ispiratori e le linee organizzative fondamentali dell’attuale organizzazione confraternale. Del resto, diverse sono state, nel corso degli anni, le esigenze, neppure tutte riconducibili alla sfera del “religioso”, cui di volta in volta le confraternite hanno dovuto rispondere.

Nei secoli passati la loro attività assistenziale e caritativa ha spesso supplito all’assenza dello stato, offrendo una gamma di interventi davvero varia, che andava dalla distribuzione di cibo ed indumenti ai poveri, alla gestione e sovvenzione di ospizi, ospedali, orfanotrofi, monti di pietà, all’assistenza ai condannati a morte, ai carcerati, all’ospitalità ai pellegrini.

La loro decadenza si ebbe con i provvedimenti legislativi dell’ottocento che privarono le confraternite dei beni produttivi devolvendoli alle Congregazioni di Carità, istituite in ogni comune, e lasciando loro il patrimonio per il solo culto. Perciò esse furono costrette ad abbandonare l’attività caritativa e a dedicarsi solamente al culto, inteso soprattutto come “festa esterna”, per la cui celebrazione sfarzosa concentrarono la maggior parte degli sforzi economici ed organizzativi.

Oggi, per fortuna, le cose sono diverse. Il merito va prima di tutto a vescovi intelligenti e attivi che si sono impegnati in una capillare opera di istruzione religiosa dei sodalizi, poi all’entusiasmo dei priori, sempre più impegnati nel rivedere criticamente il ruolo delle confraternite, per meglio adeguarle alle mutate condizioni sociali e religiose e renderle più disponibili verso i poveri e gli emarginati, nel rispetto delle linee pastorali. Viene quindi privilegiata una più attiva collaborazione con le parrocchie in cui sono erette e “dove la comunità si densifica con i suoi doveri e con i suoi bisogni” (don Tonino Bello).

L’obiettivo, mille volte dichiarato, è infatti quello di ridimensionare le spese sostenute per i festeggiamenti e privilegiare gli aspetti culturali dell’evento, anche per orientare la pietà popolare verso finalità che non siano quelle dello spreco e del fastoso.

Isella Marella

 

Uno convinto

Durante la Missione parrocchiale, vissuta nella nostra parrocchia dal 9 al 24 novembre, ho avuto la fortuna di conoscere da vicino un simpatico ed intelligente missionario, padre Carolo Scarongella. Si differenziava dagli altri non soltanto per la sua altezza, ma anche per la sua forte voglia di ascoltare e consigliare.

Alla fine dell’esperienza missionaria gli ho posto alcune domande:

-Com’è nata in te la vocazione sacerdotale?

Da ragazzo a tutto pensavo, all’infuori di diventare sacerdote. Un giorno ebbi la fortuna di incontrare un Padre Passionista che parlava di Cristo in modo semplice. Allora pensai: voglio anch’io annunciare e vivere il Vangelo come quel padre. La decisione di diventare Passionista la portai in famiglia. In un primo momento i miei genitori non la accettarono, ma alla fine vinse la mia forte volontà di seguire Cristo”.

-Cosa ricordi della tua prima Missione? Quando ne inizi una, cosa ti prefiggi?

La mia prima missione l’ho fatta a Melfi, in Basilicata, nel 1979, da diacono. Fu un’esperienza stupenda. Ricordo la partecipazione convinta dei giovani, molti dei quali li rividi a Ruvo, il giorno della mia ordinazione sacerdotale. L’obiettivo che mi prefiggo è portare umilmente all’altro Cristo. Non mi propongo grandi cose, ma cerco solo di seminare. Poi Cristo lavorerà nel cuore degli uomini”.

-Quale domanda vorresti che la gente ti rivolgesse? Quale consiglio daresti a quelle persone che sentono estraneo il signore?

Vorrei che la gente mi chiedesse se fossi contento di essere missionario. La mia risposta è affermativa, perché Cristo si è impossessato del mio corpo e del mio spirito e quindi riffarei questa scelta di vita se dovessi nascere di nuovo. A chi non riesce a farsi raggiungere o non si sente raggiunto dal Signore vorrei dire: Coraggio! Il Signore è in te! Cercalo e non cacciarlo”.

-Cosa pensi e che cosa ti aspetti dai giovani?

I giovani sono il futuro della Chiesa e della società, da loro mi aspetto impegno, concretezza, disponibilità totale ad annunciare il Vangelo”.

-Sei solito parlare con la gente e ascoltare la loro storia: mi potresti raccontare una storia che ti ha colpito particolarmente?

Certamente le storie che maggiormente mi colpiscono sono quelle caratterizzate dalla sofferenza. Non dimenticherò mai un giovane costretto sulla sedia a rotelle da una malattia alle ossa. In lui c’era una vitalità incredibile ed una forte gioia di vivere: per lui la sofferenza era un magnifico dono che Dio gli aveva concesso”.

-Secondo te, il manifestare la gioia del Signore nella strada, nel quartiere… ha suscitato nei distratti la voglia di avvicinarsi a Dio?

Credo che molti siano stati contagiati dal messaggio che davamo. Noi siamo tranquilli, perché sappiamo che il Signore lavora in ognuno in silenzio”.

-Dopo questa missione, quale consiglio daresti ai parrocchiani di Santa Maria della Stella?

Invito tutti quanti ad aprire, anzi a spalancare le porte a Cristo in ogni momento della giornata”.

Mirella Bernardi

 

Basta poco…

Ogni anno, nei periodi liturgici particolari, come l’Avvento e la Quaresima, per i ragazzi del catechismo si prepara qualche scheda o qualche attività particolare che possa aiutarli a riflettere e a prepararsi con più consapevolezza a vivere i due momenti fondamentali della vita cristiana, quali sono la Pasqua e il Natale.

Quest’anno siamo stati così totalmente assorbiti da quell’evento speciale, qual è stata la missione parrocchiale che non si è avuto il tempo di poter preparare niente.

Ma il Bambino Gesù non poteva venire così silenziosamente in mezzo a noi e anche questa volta ci ha voluto lasciare un messaggio particolare. Così le menti si sono messe a lavoro e in pochissimo tempo è venuta fuori l’idea “messaggio”: basta poco per fare Natale.

Così, non appena è stato dato l’avviso ai bambini dei tre gruppi di quinta elementare, la settimana dopo ci siamo ritrovati sommersi di materiale: rotoli vuoti di carta igienica e di scottex, cotone idrofilo, stuzzicadenti, resti di stoffe inutilizzati, scatole di cartone e perfino paglia e muschio raccolti dagli stessi ragazzi.

Dopo aver selezionato il materiale e organizzato il lavoro nei tre gruppi, i ragazzi, con la guida delle catechiste, si sono messi a realizzare le varie cose con tale entusiasmo, facendo anche gli “straordinari”. Infatti, oltre alla normale ora settimanale di catechismo ci siamo visti anche in altri giorni, durante i quali abbiamo scoperto che in mezzo a loro c’erano tanti bravi sarti e sarte che hanno cucito i vestiti dei pastori, bravi costruttori che hanno realizzato casette, alberi, steccati e pecorelle.

Ma l’atteggiamento che più ci ha colpite è stato quel sentimento così tenero e dolce che i bambini hanno saputo trasmetterci con il loro contatto fisico, ogniqualvolta si rivolgevano a noi per essere aiutati nella realizzazione delle varie cose e quel senso di gioia, di soddisfazione e di fierezza che sprizzava dai loro occhi quando avevano finito di realizzare un pupazzo, una pecorella, un albero…

Così, in breve tempo, abbiamo montato il nostro bel “presepe povero”, realizzato esclusivamente con materiale di scarto e da esso abbiamo tratto fuori questo messaggio: anche le cose che sembrano inutili e che di solito si buttano possono servire a qualcosa. Non c’è bisogno di regali e di addobbi maestosi per far festa a Natale, ma basta poco per far nascere Gesù, il quale ama la semplicità dei cuori; infatti è nato in mezzo ai poveri, per insegnarci che la ricchezza deve stare dentro di noi, il nostro cuore deve essere ricco d’amore, di fede e di umiltà. Questa è la culla dove Lui vuole essere accolto.

Le catechiste di V elementare

 

Questo è Natale

Quest’ultimo Natale è arrivato molto prima del solito. Le luminarie per le strade sono apparse già verso la metà di novembre, mese dei defunti. Prima delle date classiche, l’Immacolata o meglio ancora S. Lucia. E’ il consumismo che anticipa i tempi e ci fa vivere in modo diverso le attese. Si pensa al Natale come festa pagana, per i doni e per il pranzo, come se fosse una qualsiasi festa del papà o della mamma, tanto per fare un esempio.

Così perdiamo il significato vero del Natale, e il ricordo della nascita di Nostro Signore scivola via, quasi ci sfugge. E non è quasi ancora passato il periodo natalizio che già si pensa alla prossima ricorrenza da celebrare, S. Valentino. E a quella ne segue un’altra ancora. In una corsa forsennata che brucia i nostri anni. E’ davvero questa la felicità o non sarebbe meglio rallentare un po’ il passo per gustare meglio l’evento e soprattutto guardarsi indietro, verso chi è in affanno e non riesce a tenere il ritmo? E porgergli la mano perché la strada gli sia più facile?

Giuseppe Gragnaniello

 

Colte al volo sul cavalcavia

Ci sembra che l’uomo, sin dalle sue origini, non abbia avuto altro scopo che quello di distruggere l’altro uomo.

La delinquenza minorile è un fenomeno molto più grave di quella in generale, perché i giovani sono la società del futuro.

Se non riusciamo a fermare o a convincere quelli che, tra noi, vogliono diventare delinquenti, proprio loro saranno i delinquenti del 2000.

Spesso sono quelle “personcine” dei genitori che non hanno affibbiato a noi ragazzi un’educazione ragionevole, perché non hanno potuto o voluto.

Cause della delinquenza sono la devianza, il basso ceto sociale, la diversità di razza e tutto ciò che porta all’emarginazione.

Dopo un primo momento di omertà, di tragica intesa, si entra nel giro e forse sarà impossibile uscirne.

Perché i genitori non hanno fatto capire ai giovani del cavalcavia ciò che è giusto e ciò che non lo è?

In questo sbagliano i nostri genitori: spesso ci abbandonano a noi stessi.

Ma perché non riusciamo a capire che, quando si stronca la vita ad un uomo, non facciamo altro che uccidere un nostro simile?

Ma, se uccidiamo i nostri simili, non stiamo percorrendo la strada che ci porta all’autodistruzione?

Senza fare i moralisti, perché non riflettiamo con grande serietà su questo “regresso umano”?

Perché si vuol ridurre ai minimi termini questo concetto così grande che è la vita?

Riflessioni dei Giovanissimi

 

Qualche giorno fa sono venuti a trovarci al Centro parrocchiale il Vice Sindaco, ing. Ottavio De Chirico, e l’Assessore alle Finanze, dott. Michele Rutigliano. Abbiamo discusso con loro sui problemi del territorio circostante il centro e sulla costruenda nuova chiesa.  Le risultanze di questo colloquio saranno sintetizzate ed esplicitate in un’intervista che verrà pubblicata sul prossimo numero di “Esserci”. La Redazione

 

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