Esserci, novembre 1995

 

…una riflessione

Talvolta ci viene voglia di fermare il tempo per comprendere appieno quello che stiamo facendo oppure per dare maggior spessore agli avvenimenti che viviamo. Ma questo ci risulta talvolta difficile perché, presi dal turbinio delle cose, ne perdiamo il senso e la ragione.

Meno male che le ricorrenze, che segnano il cammino della vita, ci invitano a riflettere, anche se in maniera fugace, sulle varie vicende della nostra esistenza. Se questo accade per i piccoli avvenimenti quotidiani, credo che altrettanto sia per le grandi cose.

Noi quest’anno celebriamo i 25 anni della nostra parrocchia. E’ un evento per il quale vorrei fermare il tempo, per poter riflettere su quello che la parrocchia è o su quello che vorremmo fosse. Ma fermare il tempo non è possibile come, credo, sia sterile ricordarlo attraverso una commemorazione che si chiude nell’arco di un giorno o di una settimana.

La parrocchia è una realtà poliedrica, dalle varie sfaccettature e tocca molteplici aspetti di una vita di fede. Ma come fare perché una riflessione sia duratura? Credo che uno strumento importante, perché quest’anno sia un anno di riflessione sulla parrocchia, possa essere il nostro giornale.

Esso è uno strumento semplice, senza molte pretese, ma utile perché entra nelle nostre case, ci invita a pensare. Attraverso le righe di questo nostro foglio rifletteremo insieme sul cammino della nostra comunità, sulle aspettative della nostra fede.

Vorrei che questo foglio diventi uno strumento di dibattito dove ogni voce si esprime e diventa, unito alle altre voci, un coro che canta la propria fede, che sente di essere Chiesa che nel tempo parla di Cristo.

don Franco

 

Gruppo di Preghiera di Padre Pio

Camminando verso il Cielo

Ogni Santa Messa, ben ascoltata e con devozione, produce nella nostra anima effetti meravigliosi, abbondanti grazie spirituali e materiali, che noi stessi non conosciamo. Per tal fine, non spendere inutilmente il tuo denaro, sacrificalo e vieni su per ascoltare la Santa Messa. … Il mondo potrebbe stare anche senza il sole, ma non può stare senza la Santa Messa” (Padre Pio).

Con questi sentimenti il Gruppo di Preghiera di Padre Pio si è recato in devoto pellegrinaggio a S. Giovanni Rotondo, per pregare sulla tomba del venerato Padre. Il pellegrinaggio, “passeggiata orante”, ha visto più persone accomunate dal desiderio di comunione con l’Assoluto.

Quest’anno abbiamo realizzato ben due pellegrinaggi: siamo stati a S. Giovani Rotondo e a Loreto. Fisso nel cuore di ognuno il valore redentivo del Sacrificio Eucaristico: “Il mondo potrebbe stare anche senza il sole, ma non può stare senza la Santa Messa” (Padre Pio).

Animati da Gesù Eucarestia, i Gruppi di Preghiera, come diceva Padre Pio, sono “fari di luce nel mondo”. Andare a S. Giovanni Rotondo e trovare la chiesa e il sagrato stracolmi di persone ci fa pensare alla grande sete di Dio che l’uomo ha oggi.

Padre Pio, il “santo dei nostri tempi” è un potente intercessore verso il Signore, perché egli si è fatto perfetto imitatore di Gesù. Padre Pio, “Cireneo” dell’uomo contemporaneo, chiama a S. Giovanni Rotondo migliaia di persone, tutte desiderose di ristabilire un “dialogo d’amore” con il Signore.

Padre Pio, canale d’amore che converte, che guarisce, che conduce al Signore, spesso soleva ripetere: “Io sono solo un frate che prega, non ringraziate me, ringraziate la Madonna”. Come tutti i santi, Padre Pio conduce all’ovile le sue pecorelle smarrite e ogni anima condotta al Signore deve riflettere sul miracolo della “conversione”.

Ogni giorno siamo chiamati alla conversione, a fare della preghiera una osmosi d’amore tra noi e il Signore. La preghiera, la Santa Messa devono essere i punti centrali della nostra vita: “Il mondo potrebbe stare anche senza il sole, ma non può stare senza la Santa Messa” (Padre Pio).

Teresa Vendola

 

Ascoltiamo gli ultimi

Da qualche tempo, quasi puntualmente ogni domenica mattina, arriva alle nostre orecchie il suono metallico di un pianino. Quella musica malinconica, ricordo di anni lontani, ci richiama  perentoriamente alle necessità dell’oggi. Ci invita ad aprire le finestre, a sporgerci dal balcone e a gettare una moneta, per quel che adesso può valere.

L’uomo che lo spinge non ha trovato di meglio per procacciarsi l’indispensabile. Forse ha anche una famiglia che si aspetta qualcosa da lui. Nella vita non è stato molto fortunato, eppure  cerca addirittura di allietarci con quelle melodie di epoche passate, purché noi gli tendiamo una mano, lo aiutiamo a sopravvivere.

Pur non vivendo la disperazione delle metropoli, anche la nostra cittadina ha situazioni di povertà che necessitano di un aiuto. Ma per uno che chiede con garbo, quanti altri non hanno nemmeno il coraggio o la forza di farlo?

Cerchiamo di vedere anche ciò che pare nascosto, apriamo la finestra del nostro cuore, sporgiamoci dal balcone della vita e contribuiamo al benessere degli altri. Generosamente.

 Giuseppe Gragnaniello       

 

Lavorare per gli altri, in vacanza

Negli anni avevo sentito parlare spesso di missioni, di campi-scuola, di campi di lavoro, ma non ne avevo mai avuto esperienza diretta.

Quest’anno, mentre i mie due ragazzi partivano con l’ACR per il campo-scuola parrocchiale, stimolata da quanto aveva già fatto tempo addietro mio marito, ho voluto affiancarlo in un campo di lavoro organizzato dai Missionari Comboniani in Toscana, a Carraia (LU).

Durante il viaggio, confesso, mi chiedevo se mi fossi trovata bene, ma soprattutto se fossi stata in grado di dare qualcosa agli altri. Arrivati a Carraia, entrati nella Casa Comboniana, ho avuto il piacere di conoscere Padre Natale, di cui avevo sempre sentito parlare come tipico esempio di persona che ha dedicato la vita al prossimo.

Terminati gli altri, ci siamo ritrovati tutti insieme, rinfrescati e ristorati, nel salone dove il “Babbo” (così viene chiamato familiarmente Padre Natale) ci illustrò il progetto: si trattava di fare la raccolta di materiale di scarto (ferro vecchio, carta da macero, indumenti ed altro) il cui ricavato sarebbe stato poi utilizzato per stampare libri sacri per la diffusione della Parola di Dio in America Latina.

Vi dirò, non è stato molto facile, soprattutto per chi, come me, non aveva mai fatto lavori faticosi, dove ci vuole il cosiddetto “olio di gomito”. Ci si occupava prima della diffusione dei volantini nei paesi limitrofi, con l’avviso che l’indomani saremmo passati con dei camioncini per raccogliere il materiale accumulato agli angoli delle case. E, mentre un gruppo faceva il giro delle strade, altri differenziavano la raccolta. Altri ancora provvedevano alle necessità di ogni giorno: c’erano il gruppo cucina. Il gruppo refettorio, il gruppo lavanderia. E qualcuno lavorava nei campi o era impegnato in lavori di manutenzione della Casa. Tutti davano il loro contributo ai vari servizi a rotazione.

Dopo pranzo ci si riuniva nel salone, dove si ascoltavano e si discutevano diverse relazioni: sull’evangelizzazione, sull’amicizia, sulle missioni. A questo proposito ci è stato chiesto se nei nostri paesi, nelle nostre parrocchie vi fossero missionari. Ho risposto di no. Ma, dopo che, durante la messa della Giornata missionaria, ho sentito parlare di don Michele Catalano, di don Michele Stragapede e di Suor Mazzone, che prestano la loro opera in paesi lontanissimi, mi sono sentita quasi mortificata di non saperne niente, ma anche contenta di questi fulgidi esempi.

Seguiva la preparazione dei canti per la liturgia, anche con l’ausilio di chitarre, che precedeva la Santa Messa. La chiesa era piccola e raccolta. Noi ci disponevamo in cerchio intorno all’altare. Il “Babbo” ci proponeva riflessioni sulla liturgia e ci invitata a partecipare attivamente, portando un simbolo (pane, riso, ecc.) ed esternando un pensiero. Questo momento mi è sembrato molto coinvolgente, e mi ha dato sensazioni mai provate prima, che ora è difficile descrivere. Sembrava che la spiritualità di quel padre si trasmettesse da uno all’altro di noi che ci tenevamo uniti mano nella mano intorno all’altare.

Anche la cena era un momento di riflessione, dove ci si scambiava le proprie impressioni sull’esperienza vissuta quel giorno. Dopo guardavamo filmati sul Sudamerica, che mettevano a nudo le precarie condizioni di tante popolazioni che hanno ben poco per vivere.

Salutarci, alla fine del campo, è stato il momento più triste. Ma purtroppo bisognava tornare alla propria vita, con tutti i suoi problemi, certo molto meno gravi di quelli che abbiamo cercato di alleviare. E pochi giorni fa Padre Natale ci ha comunicato che, con il nostro lavoro, siamo riusciti a dare a quei nostri fratelli lontani lontani un “micro” aiuto.

Tonia Ficco

 

Lettera aperta all’Assessore alla Cultura di Terlizzi, Angelo d’Ambrosio

Caro Angelo,

certamente avrai visto anche tu che il nostro centro parrocchiale scoppia: ogni sera centinaia di ragazzi e bambini vi giocano, si incontrano e cercano di sfruttare gli spazi e le strutture, divenute ormai ridicolamente irrisorie.

A tutti noi genitori fa piacere e ci fende tranquilli che vi sia una tale possibilità per i nostri figli, almeno finché le belle serate come quelle che ci ha regalato questo splendido ottobre lo consentiranno, e poi?

E quando verrà il vero autunno piovoso e il freddo inverno, dove si rifugeranno tanti ragazzi? Il centro, all’interno, non potrà che ospitarne una parte e saremo dolorosamente costretti a respingere gli altri, che aspetteranno il loro turno.

A cosa tende la mia lettera? Finora ho solo evidenziato un problema, ma non mi limito a ciò. Ogni tanto scartabello le farraginose norme che riguardano la scuola e la mia attenzione si sofferma su qualcosa di specifico e scopro, per esempio, leggi come quella del 1991, n. 216, che parla di utilizzo delle strutture scolastiche, la cui concessione spetta al Comune ed alla Provincia, con l’assenso del Consiglio di Circolo o di Istituto, per rispondere ai bisogni formativi del territorio.

E’ inutile dire quanti benefici ne ricaveremmo, se questa legge fosse applicata: capiremmo veramente che la scuola è di tutti, finalmente tutti potrebbero usarla per incontrarsi, discutere, seguire corsi, ascoltare musica, festeggiare avvenimenti, socializzare e non mi dilungo, perché credo di aver chiarito abbastanza il concetto.

Quanti locali inutilizzati, caro Angelo, e quanti ragazzi fuori, che non sanno dove trascorrere le loro serate se non bivaccati in villa. Proviamo ad aprire questi spazi: a fare cineforum, a promuovere iniziative culturali di vario genere, a coinvolgere famiglie, associazioni spesso costrette a sborsare fior di quattrini per pagare salati affitti nei locali dove sono ospitate, e chissà se, finalmente, nel nostro paese qualcosa incominci a muoversi e a soddisfare le tante necessità formative, presupposto imprescindibile per migliorare la qualità della nostra vita.

Ti saluto con affetto

Francesco Santeramo

 

 

 

 

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