Esserci. dicembre 1993

 

Aprite le porte: è Natale!

Quando guardo il presepe, una cosa che mi colpisce è contemplare quella capanna senza porte né finestre. Un luogo aperto a tutti. Più che pensare se il bambino lì possa soffrire il freddo, preferisco pensare che chi arriva non ha bisogno di bussare, né di attendere che qualcuno gli venga ad aprire. Ha già di fronte a sé il bambino che vuole incontrare. Una scena, questa, che si ripete ogni anno, ma che credo ci debba sollecitare a scoprire atteggiamenti nuovi o a riprendere valori antichi.

Oggi le nostre case non sono più porte aperte a chiunque, anzi, il materiale blindato di cui sono fatte ci sollecitano a chiuderle ermeticamente. E questo non avviene solo con le porte, sta avvenendo anche con il cuore. Ci chiudiamo sempre più. Non siamo più capaci di attenzione e di interesse per ciò che si vive attorno a noi. I vicini di casa sono persone di cui conosciamo, spesso, solo il nome e che salutiamo solo quando li incontriamo per le scale. Il territorio non è più il luogo dove ci si incontrava per scambiare quattro chiacchiere, ma sembra essere diventato una realtà estranea, una giungla da cui ci si deve difendere.

Eppure il presepe non è una realtà oggetto di pura contemplazione, è il ricordo di un avvenimento tanto presente che continua ad insegnare atteggiamenti nuovi e a non dimenticare valori antichi. Penso, quindi, che il presepe con la sua assenza di porte, voglia invitare ciascuno di noi a riscoprire un antico valore che ormai stiamo perdendo: il dialogo con la gente, il quartiere come luogo di vita, il territorio come espressione della nostra cultura.

don Franco

 

La Veritatis Splendor e sue questioni fondamentali

Enciclica chi sei? (seconda parte)

Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina e per il prurito di cose nuove gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie rifiutando di dare ascolto alla Verità.”, così si rivolgeva l’Apostolo Paolo all’amico nell’episcopato e discepolo Timoteo (2Tm 4, 3-4) ricordando quanto Gesù aveva detto di sé: “Io sono la Via, la Verità, la Vita.” (Gv, 6).

Non sono mai stati sopiti gli interrogativi sulla condizione umana con i quali costantemente l’uomo si confronta circa la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il male, l’origine e il fine del dolore, la felicità e la morte, il mistero che circonda la nostra esistenza.

Questi ed altri interrogativi, come “Cos’è la libertà e qual è la sua relazione con la Verità contenuta nella Legge di Dio? Qual è il ruolo della coscienza nella formazione del profilo morale dell’uomo? Come discernere, in conformità con la Verità sul bene, i diritti e i doveri della persona umana?”, si possono riassumere nella domanda che il giovane del Vangelo pose a Gesù: “Maestro, cosa debbo fare di buono per ottenere la vita eterna?” (Mt 19,16).

E’ L’INTERROGATIVO CHE NASCE DALLA VERITA’ SULL’UOMO COME CREATURA A IMMAGINE DI DIO CON IL QUALE EGLI SI INTERROGA E CHE RITIENE ESSERE LA SORGENTE DEI VALORI ETERNI DI CIO’ CHE E’ BENE E DI CIO’ CHE E’ MALE PER L’UOMO. E’ CON QUESTA VERITA’ CHE LA NOSTRA COSCIENZA E’ CHAMATA A CONFRONTARSI COSTANTEMENTE.

Il diritto alla libertà religiosa e il rispetto della coscienza nel suo cammino verso la verità è sentito sempre più come fondamento dei diritti della persona, tanto che in alcune correnti del pensiero moderno si è giunti ad esaltare la libertà al punto da farne un assoluto, il che sarebbe la sorgente dei Valori. Si sono attribuite alla coscienza individuale le prerogative di un’istanza suprema del giudizio morale che decide ci ciò che è bene e di ciò che è male. In tal modo la Verità su ciò che è bene per tutti o male per tutti, detta anche Verità oggettiva, a cui tuti sono tenuti a guardare e con cui tutti sono tenuti a confrontarsi, cede il passo ad una istanza di accordo con se stessi.

Si è così orientati a concedere alla coscienza dell’individuo il privilegio di fissare, in modo autonomo, i criteri del bene e del male e di agire di conseguenza. Ognuno così genera una verità diversa da quella degli altri. Partendo quindi dall’esaltazione della “libertà individuale” gli uomini si rendono così prigionieri gli uni degli altri.

Eppure l’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà, ma in questo cammino livero nella ricerca della verità esiste l’obbligo morale di aderirvi una volta conosciuta, ponendo così la libertà in dipendenza della Verità, secondo le parole di cristo: “Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi.” (Gv 8,32). (continua)

don Mario, diacono

 

Campane

    Din, don, dan. Din, don, dan

                                 (Giovanni Pascoli, Sera festiva)

Da qualche tempo le campane della nostra chiesa si fanno sentire più spesso. E con puntuale regolarità, non più un po’ folli, come in passato, affidate alla buona volontà e alla forza del parroco o del sacrestano. Forse non tutti sanno che sono state elettrificate. Meglio così, che sostituite dal solito disco registrato riecheggiante suoni più illustri, quanto asettici e privi di calore.

E’ un piacevole ritorno al passato, quando le campane scandivano i ritmi del giorno. Ancora il Pascoli ce li ricorda tutti: “Dalla pieve ai cipressi la campana sonava l’alba” (L’alba), “…Mezzogiorno dal villaggio a rintocchi lenti squilla” (Mezzogiorno), “Suonò, di qua di là, l’Ave Maria” (L’Ave Maria), “Sonava lontana una campana” (L’Angelus), “Odi, sorella, come note al core quelle del vespro tinnule campane empiono l’aria quasi di sonore grida lontane” (Campane a sera). Ma le citazioni potrebbero essere tante.

Campane nella campagna, lontano dal frastuono delle grandi città, in cui il rumore copre tutto. Eppure a Roma, a mezzogiorno, se ne sentono a centinaia, e su tutte, quelle possenti di S. Pietro.  Ma è ancora più bello a Venezia, lì dove, in assenza di auto, tutto è ovattato, alla stessa ora i rintocchi si fanno eco da una chiesa all’altra.

Campane simbolo dei nostri stati d’animo: campane a festa, campane a morto. Campane che ci riempiono di gioia o ci rattristano. Campane che segnalano un pericolo: l’incendio o l’alluvione.

Che cosa possono rappresentare per noi, disincantati uomini del duemila ?

Ci possono far meditare sulla centralità della parrocchia come punto di aggregazione della comunità, sia essa paese o quartiere. Ma soprattutto ci possono essere da stimolo alla preghiera. A trovare il tempo per farlo. A dare una pausa al nostro frenetico vivere, a somiglianza dell’iconografia ottocentesca della coppia di contadini col capo chino sulle zolle appena smosse nella luce del sole al tramonto.

Strano che a qualcuno questa novità non piaccia, tanto da dover sospendere i rintocchi delle ore durante la notte (dalle 22 alle 6). Eppure in questo mondo, in cui si è soli anche in mezzo a tanti, le campane dovrebbero dare un senso di protezione, fare compagnia nel buio della notte. E’ sempre il Pascoli “Otto … nove … anche un tocco: e lenta scorre l’ora; ed un altro … un altro” (Mezzanotte).

Giuseppe Gragnaniello

 

Non è solo una fiaba!

C’era una volta…” quasi sempre le storie della nostra infanzia cominciano così. Ed oggi vorrei raccontarvi un’altra storia…

“C’era una volta un paese… Terlizzi… che ha allargato il suo tessuto urbano in una zona chiamata “167”, dove ogni famiglia ha costruito una bella casa, accogliente, decorosa. Nella stessa zona è prevista la costruzione di una chiesa, perché tutta la gente abbia la possibilità di pregare il Signore, di sentirsi cristiana… Ma come in tutte le storie che si rispettino c’è sempre il lupo cattivo o la strega che cercano in tutti i modi di osteggiare la realizzazione di un sogno.

Ebbene, sembra che anche qui qualche strega invidiosa abbia messo in arte tutti i suoi malefici per impedire la costruzione della chiesa. Passano gli anni (10 per la precisione), si susseguono le varie amministrazioni e della chiesa ancora nulla. Passano gli anni e le difficoltà aumentano: le arti malefiche della strega cattiva hanno fatto addormentare il problema, la gente sembra che sia stanca, la mancanza del vescovo impedisce di affrontare con ancor più decisione le cose.

Finalmente si pensa di utilizzare, nell’attesa di una soluzione, il terreno perché i ragazzi vi possano giocare. Ma la strega cattiva è all’erta: appena vede movimenti sospetti, subito lavora con i suoi alambicchi per nuovi malefici. E allora c’è chi dice che il terreno non è più di proprietà della parrocchia e vuole utilizzarlo per fare qualche vigna scelta. Lo fa arare in lungo e in largo, sperando di renderlo fertile. Tensioni, preoccupazioni prendono un po’ tutti! Allora la legge grida: “Qui ci sto io!”. Fa mettere cartelli, blocca tutto… nell’attesa di una soluzione.

Ma ogni storia che si rispetti finisce così: “…e vissero felici e contenti”.

Per ora questa conclusione è ancora lontana e, come Biancaneve, la chiesa è ancora sotto l’influsso malefico della strega cattiva, nell’attesa di un principe azzurro che la liberi dalla magia.

don Franco

 

Dal sorriso… alla responsabilità

La sessualità è considerata da molti come un problema. Quando si parla di sesso ci si trova sempre in bilico tra quello che si può dire e quello che non si può, anzi non si deve dire. Infatti in famiglia spesso si evirano “certe” spiegazioni, forse perché non reputate opportune o forse perché troppo “difficili”. E l’unica occasione in cui se ne parla rimane il gruppo di amici, la comitiva e, naturalmente, spesso non in maniera corretta: se lo si fa, infatti, è per riderci sopra, per fare qualche battuta spesso fuori luogo, Quindi, soprattutto nel periodo adolescenziale, diventa utile e importante una chiara informazione su tale argomento.

A dire il vero, quando gli educatori ci hanno proposto di frequentare il Corso di educazione alla sessualità tenuto dal Consultorio Familiare Diocesano, inizialmente eravamo titubanti; poi, un po’ per scherzo e un po’ per curiosità, abbiamo deciso di accettare di dare la nostra adesione.

Con il passare dei giorni questo corso, affrontato da tutti con un ironico sorrisino, è diventano man mano sempre più interessante: abbiamo dibattuto su vari problemi inerenti la sessualità, l’adolescenza, il rapporto con se stessi, il rapporto interpersonale e quello con la propria famiglia, con l’aiuto di varie psicologhe. Ci sono stati anche incontri specifici sulla procreazione e si è focalizzata l’attenzione sugli apparati sessuali e sulle loro specifiche funzioni. Grazie all’intervento di un infettivologo abbiamo potuto anche parlare delle malattie trasmissibili sessualmente, come l’AIDS e l’Epatite B, con l’ausilio di diapositive e videocassette.

Alla fine questo corso ci è risultato utile, perché riteniamo che sia molto meglio avere corrette informazioni su tale argomento piuttosto che incorrere in situazioni “sconvenienti”, dovute esclusivamente ad ignoranza ed inutili tabù.

Noi adolescenti, quindi, non dobbiamo credere che l’argomento “sessualità” vada affrontato come un problema personale e privato, tanto da creare imbarazzo quando se ne parla. Lo sviluppo di alcune tematiche di tale genere ci può infatti aiutare a rapportarci con gli altri più facilmente e con minor timore di chi ci sta di fronte.

E’ sempre difficile parlare di noi stessi, delle nostre esperienze con le persone che ci circondano, eppure bisognerebbe avere la stessa duttilità che si usa parlando di altri argomenti. Riteniamo quindi che sia importante conoscerci meglio, se è lecito dirlo, e saperci porre con maggior responsabilità di fronte ai nostri problemi e alle nostre azioni, spesso troppo avventate e istintive.

Giovanissime ‘76

 

L’opinione

In una gelida notte di duemila anni fa, alcuni pastori si misero in cammino, per seguire una stella mai vista prima.

La cometa li condusse dinanzi ad una povera grotta nella quale nasceva Nostro Signore; gli angeli davano l’annuncio cantando: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.

“Uomini di buona volontà” si possono considerare quei pastori che, per la Gloria di Dio abbandonarono il gregge, unica fonte di sostentamento, per accogliere la chiamata di Dio. Essi possono considerarsi il primo e il più grande segno di volontà nel preferire i valori dello spirito ai beni materiali. Storia o poetica leggenda, di questo atteggiamento verso la vita, di questa capacità di scegliere ciò che veramente conta, oggi rimane ben poco, anzi, forse niente.

Troppo poco poter credere che basti il Natale e l’atmosfera natalizia per cambiare una realtà che ha ben poco di spirituale, di religioso, di generoso. Il natale, purtroppo, è considerato più che altro un rito consumistico, svuotato dei significati profondi che lo giustificano. Oggi il Natale privilegia il lato godereccio e materiale, concludendosi in una grande abbuffata e in uno spreco di denaro quasi obbligatorio.

Ovviamente vi sono anche stupendi segni di speranza, in questo quadro così desolante; e sono questi che ci lasciano sperare che, forse, dopo duemila anni, il messaggio angelico finalmente sarà accolto e gli uomini si accorgeranno che la vita non è fatta solo di denaro, potere ed egoismo, ma va anche riempita con qualcosa di più elevato; e forse avremo quegli “uomini di buona volontà che il mondo aspetta da secoli.

Luigi Matteucci

 

Pronti ad agire

La maggior parte delle televisioni private o di stato riportano, in questi giorni, notizie di manifestazioni, cortei giovanili che provocano discussioni, qualche consenso e molte, troppe reazioni negative.

Questi giovani non vogliono studiare – dicono – e ne inventano una più del diavolo per marinare la scuola”. No, non credo che il diavolo questa volta c’entri, anzi, mi sono detto (e non credo proprio di essere l’unico a farlo) i giovani si riappropriano della loro più naturale caratteristica: la fiducia in un futuro che vogliono diverso, migliore. Sono stanchi di tutto il negativo, del marcio che è intorno a loro ed hanno deciso di dirlo a tutti, pubblicamente.

Che c’è di male? Perché non dire, invece, che era ora lo facessimo?

Noi adulti abbiamo inquinato la loro vita, la società, il mondo; non abbiamo saputo far altro che imporre sulla scala dei valori, ai gradini più alti, il denaro, l’efficientismo esasperato, l’arrivismo, il consumismo ed abbiamo distrutto così la speranza, gli alti valori umani.

Quando li si vede marciare disinvoltamente, insieme, a Bologna, a Torino, a Bari, quelle immagini televisive riempiono di gioia: si vedono finalmente ragazzi sorridere (ci eravamo dimenticati di quei volti sorridenti), gridare a tutti la loro protesta per una scuola sempre più bistrattata, ma, credo, dietro queste sia pur giuste lamentele si celi molto altro: il desiderio di essere finalmente protagonisti nella società, la voglia di riappropriarsi della loro identità di persone pensanti e responsabili e non solo componenti di un branco di fantocci nelle mani della più bieca omologazione.

No, i giovano non sono solo quelli che comprano roba firmata o scorrazzano su motociclette veloci. Sono anche quelli che dicono al Ministro della Pubblica Istruzione di non tagliare i fondi per la scuola e la cultura, di non volere un preside-manager-dittatore, di non opprimerli con una legislazione farraginosa e punitiva. Sono i giovani del 2000 quelli che hanno in mente una società più vivibile, più sana, più umana, con più valori ben radicati in essa, validi punti di riferimento per tutti.

Ed è per questo che suggerisco ai cosiddetti “benpensanti” di non calcare molto la mano con le critiche contro questa gioventù: almeno essa si sta muovendo per rimuovere mali inveterati. E noialtri che facciamo invece?

Francesco Santeramo

amministratore

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