Esserci, novembre 1993

 

Coraggio… Si parte!

“Partire è un po’ morire” diceva un antico adagio e quelle poche parole racchiudevano tanti sentimenti contrastanti: la paura di lasciare le proprie sicurezze, le incognite che la partenza riservava ma anche l’avventura del nuovo, il desiderio di aprire il proprio essere a dimensioni diverse.

Partire è un verbo di movimento che, penso, debba essere scritto in maniera indelebile nel cuore del cristiano. Infatti, il cristiano non è fatto per stare lì, fermo, a guardare il mondo che gira oppure a contemplare una società che cammina. Egli sente, come un martello, dentro le orecchie le parole di Gesù: “Andate…”. E sa che finché queste parole dalle orecchie non passeranno al cuore lo arrovelleranno sempre più.

Andate…” è ciò che Gesù ha detto agli Apostoli dopo la sua resurrezione.

Andate…” è ciò che abbiamo visto nei primi giorni di luglio, quando alcuni giovani ed alcune suore da varie parti d’Italia sono venuti da noi per parlarci di Gesù.

Andate…” è ciò che Gesù dice a ciascuno di noi, perché il cristianesimo è dinamicità, movimento, vita che palpita.

Tutto questo lo sappiamo, ma talvolta ci manca la forza di lasciare le nostre sicurezze, ci abbarbichiamo ad esse e perdiamo il gusto dell’avventura e del nuovo. Ma il nostro Vescovo non diceva che “vivere è stendere l’ala con la fiducia di chi sa di avere nel volo un partner grande come Te”?

E allora: Coraggio… si parte, con noi c’è Cristo come partner.

don Franco

 

La Veritatis Splendor e sue questioni fondamentali

Enciclica, chi sei?

Costituzioni, decreti, dichiarazioni, encicliche sono termini che hanno cominciato a trovare posto nella nostra mente dopo il Concilio Vaticano II con una frequenza maggiore, essendo riferiti a documenti emessi dalla Chiesa. Alcuni sono emanati dal Papa unito al collegio dei vescovi, altri sono solo espressione della voce del Papa il quale intende con essi non solo ordinare, promuovere, approvare l’esercizio collegiale dei vescovi, ma anche risollevare da dubbi ed obiezioni di ordine umano e psicologico, sociale e culturale, religioso e dottrinale tutti gli uomini, avendo di mira il bene della Chiesa.

L’enciclica, in modo particolare, è una lettera del Papa in lingua latina che prende il nome dalle prime due o tre parole di apertura del documento. Essa può essere inviata ai vescovi di tutta la Chiesa o di una determinata regione o a tutti i fedeli. In essa viene solitamente esposto un insegnamento o riprovato un errore. Essa è la risultante di un continua e profonda riflessione che tiene conto delle opinioni di studiosi dei vari campi della conoscenza umana. Viene redatta in bozze corrette e rivedute prima di procedere ad una vera stesura finale.

QUANTO E’ IN ESSA RIPORTATO NON CONTRADDICE GLI INSEGNAMENTI CHE IL SIGNORE HA AFFIDATO ALLA SUA SPOSA.

Veritatis Splendor” ossia “Lo splendore della verità” è l’ultima enciclica nata nella Chiesa dopo l’avvenuta pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il suo parto è durato sei anni, come annunciato dal Papa nella lettera apostolica Spiritus Domini del 1 agosto 1987, pubblicata in ricorrenza del secondo centenario della morte di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori; essa è rivolta a tutti i vescovi della Chiesa Cattolica, perché ne siano annunciatori presso il popolo dei battezzati, e tratta di questioni fondamentali dell’insegnamento morale della Chiesa.

Così si esprime il Papa nel presentare l’oggetto dell’enciclica: “La Chiesa. Popolo di Dio in mezzo alle nazioni, mentre è attenta alle nuove sfide della storia ed agli sforzi che gli uomini compiono alla ricerca del senso della vita, offre a tutti la risposta che viene dalla verità di Gesù Cristo”.

Essendo quindi esperta di umanità la Chiesa sa che proprio sulla strada della vita morale è aperta a tutti la via della salvezza. Pertanto il Sommo Pontefice, sia personalmente che insieme al collegio episcopale, in nome e con l’autorità di Gesù Cristo, in fedeltà alla loro missione e con la garanzia dell’assistenza dello spirito di verità, ha contribuito ad una migliore comprensione delle esigenze morali negli ambiti della sessualità umana, della famiglia, della vita sociale, economica e politica. Il loro insegnamento costituisce un continuo approfondimento della conoscenza morale. (continua)

don Mario, diacono

 

Le suore francescane a Terlizzi

Facce cupe, senza sorriso e sempre volte alla preghiera: questo era tutto ciò che pensavamo riguardo le suore francescane, prima di conoscerle; per questo era già stato stabilito da noi di fare una bella vacanza certamente quanto più lontano possibile dal Centro parrocchiale, per non incappare nella freddezza e severità di queste suore francescane che, dal 3 luglio, per una settimana, sono state ospitate dalla nostra parrocchia.

Presto i nostri pensieri sono cambiati, quando, dopo la prima messa animata da loro, le suore ci sono venute incontro e ci hanno proposto di ballare e cantare insieme fuori dalla chiesa. Con le bocche spalancate ed i volti attoniti, abbiamo accettato e, sembra strano, l’abbiamo fatto con disinvoltura, senza i nostri soliti “che figura!” mormorati in silenzio.

Che meraviglia! Non c’è stato un solo giorno, durante la loro permanenza, in cui non c’è stato qualcosa di nuovo, di stupendo da scoprire ed era come se la nostra felicità rinascesse e rispuntasse dalla parte più recondita del nostro animo, dove l’avevamo relegata. Ho parlato spesso con alcune di loro ed ho capito una cosa importante: la base di tutta la gioia che queste suore trasmettono consiste nella semplicità, nell’umiltà, nell’amore per il Signore.

“Lui non ci abbandona mai” ripetevano spesso a chiunque si avvicinasse a loro e penso che questo messaggio sia ormai scolpito profondamente in parecchi dei cuori e delle menti di tutta la gente, soprattutto dei giovani che hanno avuto la fortuna di contattare queste suore che si sono prodigate ad andare incontro a tutti, persino in mezzo alla “villa”, pensate, dove, si dice, ci sia tanta apatia e disinteresse per tutto.

Non ho mai visto tanta autentica semplicità, tanta forza d’animo, anche se, presto, tutto è finito quando le suore sono andate via. Siamo rimasti con le mani vuote anche se ritengo che gli ideali, i valori che esse ci hanno inculcato rimarranno per sempre in noi, come importanti obiettivi e punti di riferimento. Sarebbe molto utile conoscere la figura di Francesco, la sua vita, i suoi incontri con Dio. Portare avanti e concretizzare i suoi grandi ideali potrebbe e dovrebbe essere da stimolo per noi giovani al fine di riempire di significato la nostra vita.

Perché non mettiamo da parte i nostri “che figura!”, i nostri timori, le nostre perplessità e ci incamminiamo tutti insieme verso le mete che il Santo e queste suore francescane ci hanno indicato? Coraggio!

Marina (15 anni)

 

Perché piangi?

Come comunità siamo chiamati a vivere insieme e a raccontarci diverse situazioni che possano essere motivo di riflessione e di crescita. Certo è molto semplice e piacevole fare il resoconto di un campo-scuola, descrivere una serata di festa, trattandosi di esperienze gioiose, piede di vitalità. Diventa più difficile invece fermarsi su episodi che pure fotografano la nostra condizione di uomini ma da un’altra prospettiva, quella del dolore e della morte. Difficle perché la morte e il dolore sono due misteri e, come ricorda padre David M. Turoldo: “Solo il silenzio conviene al mistero”.

Difficile perché la morte di una persona, particolarmente cara o particolarmente giovane, umanamente non è considerata una “esperienza di vita” che possa far riflettere in positivo, serenamente e che aiuti a crescere. Cosa hanno in comune con la vita l’immobilità di chi è morto e l’impotenza di chi lo piange? Quale vitalità esprimono i segni del lutto e del dolore? Quanto può essere vitale il triste e disperato “addio” con cui salutiamo i nostri defunti?

Vista così la morte ha ben poco da spartire con la vita; essa a un mostro oscuro che toglie ossigeno, tronca ogni legame affettivo.

Vista così l’“hora mortis” è solo “un passaggio difficile. Un transito che mette paura per quella carica di ignoto che si porta incorporata.  Una transumanza che sgomenta perché è l’unica che non si può programmare nei tempi, nei luoghi e nelle modalità. E’ come affrontare un’esile passerella di canne che oscilla sul vertice di un lunghissimo fiume” (don Tonino).

Per quanto siamo educati sin dalla nascita a pensare alla morte come evento naturale, biologicamente inevitabile, eppure essa ci sorprende sempre. Gettandoci addosso la tristezza del “tutto finito”, lo sgomento del nulla, l’affanno di dover riprendere con una assenza. Di qui i pianti di impotenza o di rabbia, la nostalgia di un passato improvvisamente diventato remoto anche se ancora carico di ricordi o il rimpianto per un futuro che non ci sarà. E poi i tanti disperati perché: perché ora? perché proprio lui? perché così giovane? perché…?

Domande senza risposta, lo stesso don Tonino scriveva: “Perché si muoia io non lo so. Sono convinto che il senso della morte… non si trovi in fondo ai nostri ragionamenti”.

Razionalmente si possono capire solo le motivazioni scientifiche di una morte ma giammai farsene una ragione, ancor meno poi è possibile convincersi che essa sia appunto “esperienza di vita”.

Forse dovremmo capovolgere i termini e pensare la vita come esperienza di morte, laddove esperienza significa “imparare a conoscere”. La vita diventerebbe allora luogo in cui impariamo a conoscere la morte per vincerla, per non temerla. In un duello soltanto conoscendo a fondo il nostro avversario, prendendogli bene le misure, possiamo gestire il combattimento. Fare della vita un’”esperienza di morte” non significa vivere nell’angoscia del “ricordati che devi morire”, né tanto meno rassegnarsi arrendevolmente all’idea che prima o poi tutti dobbiamo cedere le armi. Bensì riuscire a vedere la morte dal versante giusto, quello della speranza del “terzo giorno”, della resurrezione cioè. Significa vedere insieme il Crocifisso e il Sepolcro vuoto, il luogo del Cranio e il monte Tabor, il buio dell’eclisse e la luce del nuovo giorno, la strada interrotta e il nuovo cammino.

Vista così la morte non sarebbe un’incognita da combattere, un mostro da esorcizzare, ma un’esperienza familiare a cui abbandonarci con la speranza cristiana della vita eterna.

Vista così ci verrebbe naturale salutare i nostri cari che vanno via con un “arrivederci”, sostituire il lutto con i segni della festa. Ci verrebbe persino naturale dire: “Perché piangi?”, Ci verrebbe… Ma sta di fatto che la morte spesso trova impreparati anche noi credenti, che dovremmo avere tutti gli strumenti per “conoscerla” e credere che il pianto non ha più ragione di esistere.

Maria Pia de Noia

 

Rimbocchiamoci le maniche

Dopo la pausa estiva (di riflessione?, di svago?, di disinteresse?) la ripresa è, come sempre, lenta e difficile.

Nell’attesa di un nuovo Pastore, speriamo non lunga e foriera di grandi eventi, non dimentichiamo le tante testimonianze che fortunatamente Don Tonino ci ha lasciato.

Riprendiamo l’ultimo piano pastorale così bruscamente interrotto, rileggiamo le tante belle cose scritte in questi anni così fecondi trascorsi al nostro fianco.

Riflettiamo su quei problemi, piccoli ma forse grandi, grandi ma forse piccoli, come egli ci ha insegnato a fare, pungolando di continuo le nostre coscienze un po’ troppo sopite.

Ripensiamo, lo dico davvero per l’ultima volta,a quelle “schegge di rimorsi” che proprio in un autunno di qualche anno fa egli ci indicava come via di riscatto e modo di operare.

Servirà più delle lapidi e dei discorsi, che il suo carattere schivo non avrebbe certo tanto gradito, ad onorare la sua memoria e a far sì che viva il suo grande insegnamento.

Giuseppe Gragnaniello

 

Gioco: bisogno atavico e naturale dell’uomo, riconosciuto ma poco sentito

Il gioco rappresenta la negazione beffarda di tutto quanto fino ad oggi è sacro, intangibile, buono. Eppure esso non ha accenti minacciosi, non ha barbagli di fiamme, né brandelli di vendetta. E’, in sostanza, la metafora della duplice e contrastante anima presente nel soggetto: bene-male.

Il gioco è uno strumento educativo di non irrilevante portata, consente di saggiare la vita come comunione e socievolezza, ma anche rivalità ed egocentrismo.

Se lo si potesse rappresentare in un gesto, sarebbero due mani che si incontrano per “battersi 5”, ovvero esse sono complici, ma pur sempre due mani.

Invero il gioco è anche crescita, movimento, vita. Infatti, a tal proposito, è importante, nonché da sostenere, l’iniziativa esemplare di un gruppo giovanile operante nella Concattedrale di Terlizzi che ha fatto richiesta alle competenti autorità per poter utilizzare le attrezzature sportive presenti nel paese.

Ciò, evidentemente, sottolinea da un lato quanto venga ritenuta importante l’attività sportiva e dall’altro che non è necessario ricorrere a strutture private per praticarla, poiché basta poter sfruttare quello che si ha. In fondo tutto ciò che si fa e si può fare dipende sempre da quello che si vuol fare.

Pertanto, “mens sana in corpore sano” non deve, né può essere considerato un vuoto o vecchio aforisma, perché, se così fosse, si perderebbe uno dei più sani, dei più spontanei e più concreti valori di cui la società oggi disponga.

Nei prossimi numeri tratteremo il problema circa l’impiantistica sportiva terlizzese.

Giovanna Cipriani

amministratore

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