Esserci, aprile 1993

 

E’ Pasqua!

“…la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti resuscitarono…” sono queste le parole che ascoltiamo nel Vangelo della Domenica delle Palme.

Rileggo queste parole dentro di me e pur leggendo in esse connotazioni antiche le vedo rivestite di forte attualità.

Sfoglio i giornali di questi giorni e a caratteri cubitali leggo “…Terremoto a Napoli…”, “…si scoprono le tombe di tangentopoli…” e giù di lì.

Parole quasi identiche ma contesto e senso differenti.

Il terremoto che sta squassando la nostra società riempie il cuore della gente comune di amarezza e di sfiducia verso le istituzioni.

Il terremoto di cui parla il Vangelo di Matteo è una scossa salutare, perché da quei sepolcri spalancati non è uscito marciume né i lezzi maleodoranti di qualcosa che va in putrefazione, ma da quei sepolcri sono usciti… “santi morti” …che hanno proclamato la salvezza che Gesù morendo è venuto a portarci.

Stesse parole… ma valore diverso. Eppure la Pasqua è vicina, l’annuncio della risurrezione di Cristo tra qualche giorno sarà annunziato alla nostra società dal suono delle campane.

Che cosa manca a noi oggi?

Perché quei terremoti non sono capaci di aprire il cuore alla speranza?

Dovrei forse pensare che la speranza di cui parla la Pasqua è relegabile solo nelle chiese, oppure rimane chiusa in un rito che non coinvolge anche la vita di ogni giorno, il mondo in cui viviamo? Io penso che manchino… “uomini santi” …che diventino punto di riferimento, c he siano portatori di speranza e di valori.

Ma non credo che questi uomini manchino del tutto, voglio piuttosto pensare che essi si siano addormentati nei loro sepolcri aspettando chissà quali altri terremoti. Ma ad essi dico: “Uscite, perché la Pasqua è vicina, portate il valore della speranza, perché i vostri sepolcri sono già aperti… non vi adagiate nel vostro sonno. Cristo è risorto!”.

don Franco

 

Il piacere della Croce

La Croce è l’unità di misura di ogni impegno cristiano, eppure sempre più frequentemente si registra un aumento del tasso di evacuazione dalla Croce, perché la cultura del piacere facile e, a tutti i costi, ci suggerisce di rimuovere l’idea della sofferenza. Liberarsi da ogni Croce, piuttosto che sforzarsi di salirci. Questo è il messaggio che, televisione e riviste di moda, cercano di farci passare. Evacuazione dalla croce è sinonimo di abdicazione del sacrificio, della rinuncia, del rischio, dell’impegno; sinonimo di inflazione dell’egoismo, della comodità, della passività. Si tende sempre a girare alla larga dal binomio croce – sofferenza.

Don Tonino ricorda come spesso la vita di noi cristiani non incroci la via del Calvario, non s’inerpica sui tornanti del Golgota, passa solo di striscio dalle pendici del luogo del Cranio. Proprio noi che partecipiamo alle cerimonie della Settimana Santa, che intoniamo il “Ti saluto Croce Santa” spesso preferiamo percorsi alternativi, anche noi chiudiamo la croce “nella zona archeologica” dei nostri sentimenti, anche noi prendiamo la circonvallazione, piuttosto che la via del Calvario.

La Croce pende dal nostro collo, ma non sulle nostre scelte; l’abbiamo attaccata alle pareti di casa, ma non piantata nel cuore; le rivolgiamo inchini ma ci manteniamo agli antipodi ella sua logica. Ancora oggi però il Mistero della Croce viene reso attuale e vivo da persone che sulla Croce vi salgono ogni giorno, che nel cammino ordinario preferiscono i percorsi in salita, scoscesi e pieni di difficoltà, alle facili passeggiate per le vie del piacere.

Sono quelle persone che vincendo “la pendenza dell’egoismo” e rinnovando la “fedeltà al Mistero della Croce” non solo ci offrono lo spettacolo di un Cristianesimo attivo, vero, coerente, ma segnano a chiare lettere le indicazioni segnaletiche perché ciascuno di noi possa imboccare quella via. Sono quelle persone che vivono nell’ascolto dell’altro (che è anche obbedienza) in un costruttivo “parlare con” piuttosto che in un distruttivo parlare da soli o non parlare proprio. Persone che hanno accolto quel “Pace a voi” annunciato dal Risorto non solo come augurio, ma come speranza imperitura e soprattutto come impegno da realizzare, nelle vene della storia e col rischio di essere accusati di vagheggiamento fabulistico. Persone per le quali ogni valore è una conquista, non un dato; il prodotto di un impegno, non un bene di consumo.

Persone che al Golgota non arrivano con arrampicate solitarie, ma solidarizzando con gli altri, dandosi norme, regole, progetti; facendosi carico delle altrui croci e possibilmente schiodandole. Persone che ci insegnano anche il piacere della sofferenza, della privazione: ogni croce ha una collocazione provvisoria, accanto ad ogni Calvario c’è sempre un sepolcro svuotato, accanto ad ogni salita c’è sempre una deposizione dalla croce, perché accanto ad ogni morte c’è una resurrezione.

Forse è proprio incapacità a cogliere appieno il mistero della resurrezione, di crederci davvero e fino in fondo, che ci lega all’immagine di una Croce come luogo in cui si consuma l’ultima agonia, piuttosto che corridoio di passaggio verso prospettive più ampie e più gioiose. Forse è proprio quella scissione, che spesso anche solo inconsciamente operiamo tra morte e resurrezione, che ci porta poi a scindere sofferenza e piacere, sacrificio e gioia. La Pasqua ci ricorda invece la necessità di superare questa impropria divisione, di guardare in un solo sguardo la croce deposta e il sepolcro svuotato, di vivere, anche noi nel nostro piccolo, il piacere della sofferenza, la gioia dopo il sacrificio.

Maria Pia de Noia

 

Diaconia in crescendo

Com’è possibile conciliare un modo di vita laicale con lo stato di vita nell’ordine? Questa domanda ed altre simili ruotano nella mente di coloro che ci vedono all’opera senza capire il perché o il percome.

Il segreto sta nel fatto che non c’è gelosia tra la sposa moglie e la sposa Chiesa, non litigano tra loro i sacramenti del matrimonio e dell’ordine quando essi sono vissuti nell’amore di Dio, perché Dio è Amore.

E’ Lui a dirigere i nostri passi, a muovere i nostri pensieri e come Padre buono e provvido non fa mancare la sua assistenza con suggerimenti e conforto.

Nulla ci chiede di lasciare della nostra condizione laicale, ma di servirLo in essa, perché anche noi potessimo dire con le Sue parole: “siamo qui per servire, non per essere serviti”.

Questo desiderio aperto alla comunità ecclesiale ed al mondo intero, è desiderio da comunicare a tutti, perché è in tutti il germe della diaconia di Nostro Signore, essendo Egli venuto a ripristinare la somiglianza co Dio, alterata dal peccato.

Desideravamo la pace di Cristo nel mondo, e continuiamo a diffonderla nel cuore degli uomini.

Desideravamo la realizzazione della giustizia di Dio, e cerchiamo di viverla alla maniera dei giusti.

Come sposati siamo chiamati a generare figli per il Regno di Dio, e continuiamo a generarli.

Viviamo del nostro lavoro, pur essendo amministratori dei misteri di Cristo.

Condividevamo le sofferenze del mondo del lavoro, e continuiamo a condividerla e ad illuminarla.

Non siamo uomini speciali, ma coraggiosi. Non arroganti, né presuntuosi.

E non dimentichiamo di non essere servitori degli uomini, ma di Dio presso gli uomini.

Felice Pasqua del Signore.

don Mario, diacono

 

Ricevete lo Spirito Santo

“Lo Spirito Santo è la Terza Persona della Trinità. E’ l’Amore che stringe in un solo abbraccio il Padre e il Figlio, e che entrambi comunicano a noi per renderci partecipi della loto intimità. Lo Spirito è il dono che riceviamo nei Sacramenti e che ci rende testimoni di Cristo, cioè annunciatori e operatori della Sua parola.

Parlare dello Spirito Santo ai ragazzi di scuola media che si preparano a ricevere la Cresima, non è un’impresa semplice, essendo essi abituati a ragionare e ad operare sulla base di esperienze concrete e tangibili. Ho dovuto far leva sulla loro fantasia, che, alla loro età, si manifesta come tendenza ad idealizzare la realtà, per descrivere loro lo Spirito Santo come la suprema “creatività” di Dio.

Lo Spirito è Dio che si rende presente nella storia personale di ciascuno, come nella storia del mondo, scegliendo le vie più impensate, spesso tanto diverse dai nostri modi di pensare, ma che alla fine si rivelano sempre migliori e più efficaci. Lo Spirito è Colui che non finisce mai di stupirci per la sua imprevedibilità, e che, perciò, ci incuriosisce e ci affascina.

Iniziare un’esperienza nuova di cammino con Lui significa credere che d’ora innanzi Qualcuno ci aiuterà a scoprire il significato della vita e la bellezza di essere seguaci di Gesù e suoi testimoni.

I ragazzi hanno compreso che lo Spirito è Amore, e che l’Amore è vitalità interiore e perenne giovinezza di vita: i più sensibili hanno potuto affermare, dopo aver ricevuto l’Unzione, di percepire come una presenza nuova, un “qualcosa in più” dentro di sé. E’ quello che sento anch’io, dopo averli accompagnati in questo cammino.

In fondo il protagonista in questi anni è stato Lui, lo Spirito Santo, perché sento che quello che mi sono sforzata di trasmettere ai miei ragazzi è stato frutto di preghiera, di entusiasmo nella mia vocazione e di amore alla Chiesa.

Suor Anna Colucci

 

Il Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica

Già dal novembre del ’92 la stampa aveva pubblicato alcune indiscrezioni sul Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica.

Quegli articoli furono accolti con curiosità da parte di molti anche perché certa stampa, come la Repubblica del 17 novembre, con il titolo “I peccatori del 2° Millennio”, induceva a pensare che si trattasse di un libro che presentava la lista dei peccati, anche quelli nuovi.

Chi ha avuto tra le mani il libro del Catechismo e lo ha sfogliato con questa mentalità ha avuto una grossolana delusione. Nel catechismo non c’è nulla di tutto questo. Esso è un volume di circa 800 pagine che non vuole essere un elenco di prescrizioni e di divieti, di peccati e di opere buone ma è il libro che vuole raccontare l’amore di Dio per l’uomo.

Nella prima metà non si parla dell’uomo ma di Dio. E’ Lui il protagonista. Si raccontano le sue gesta. Servendosi della rivelazione dice che Dio non è un essere chino nel suo mondo silenzioso fatto di luce e di mistero; ma è un Dio che esce a creare il mondo, che si protende con amore sulla sua creatura e continua a condividere la storia anche dopo che l’uomo ha interrotto il suo rapporto con Lui. Dio non lascia l’uomo alla deriva ma si dà da fare per riportarlo a sé.

Il Catechismo raccoglie in modo ordinato tutte queste cose fatte e dette da Dio e le ripropone all’uomo del nostro tempo in modo chiaro e comprensibile. Ma allora, quando entra in scena l’uomo descritto dai giornali, quello che va contro i comandamenti e diventa l’omicida, il corrotto, l’evasore delle tasse, dedito agli oroscopi e alla stregoneria?

Non c’è. Allora i giornali hanno detto balle? No, ma hanno travisato i fatti, atteggiamento tipico di chi, fermo al particolare, non riesce a vedere il progetto globale.

L’uomo del Catechismo appare come un essere piccolo al cospetto dell’immensità di Dio, ma allo stesso tempo grande perché è il destinatario di tutte le iniziative e le attenzioni amorose di Dio.

E’ il protagonista della seconda parte del Catechismo, protagonista non di una storia di peccato ma di una storia di amore.

Nella prima parte si è parlato di Dio che è proteso con l’amore sull’uomo, nella seconda si parla dell’uomo nel suo cammino di risposte amorose a Dio.

Questa è la morale. Non è la lista dei possibili peccati ma la storia di una relazione che l’uomo accetta di stabilire con Dio. Nasce un nuovo tipo di uomo, l’uomo che porta in sé “una marcia in più”, perché Dio dopo averlo creato a sua immagine lo ha rifatto come figlio. Nelle sue vene circola lo stesso sangue di Dio. E’ un uomo nuovo.

Tutto questo vuole essere il Catechismo della Chiesa Cattolica. Da queste pagine lo presenteremo nelle sue varie parti e sezioni perché possa essere conosciuto e compreso.

don Franco

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