Esserci, giugno 1991

 

Un primo bilancio della visita pastorale del Vescovo

Carissimo don Franco,

al termine della visita pastorale, desidero ringraziarti per l’esperienza forte che mi hai fatto vivere nella tua comunità.

Penso di inviare in seguito una lettera a tutti i parrocchiani: in essa racconterò diffusamente le impressioni che ho riportato e darò qualche suggerimento per una ripresa più agile della loro vita cristiana.

Per ora, intendo esprimere a te una gioia e una preoccupazione.

La gioia mi deriva dall’aver sperimentato, nei giorni che sono stato tra voi, un impegno pastorale molto valido, che va all’essenziale, che si nutre di preghiera, che fa perno sulla parola di Dio, che si esprime nell’esercizio della carità.

Il gesto con cui hai deciso, d’accordo con il Consiglio Parrocchiale, di ospitare nella casa canonica una famiglia di albanesi, la dice lunga su questo spessore di essenzialità, che mi auguro possa consolidarsi strada facendo.

La preoccupazione mi nasce, invece, dal dover prendere atto della disparità che c’è tra i bisogni spirituali della gente e le forze pastorali in campo. E’ un territorio che preme, che tra poco diventerà esigente e interpellerà la parrocchia con le sue mille istanze sociali, educative e religiose.

Ne deriva che, non potendo contare su forze ausiliari presbiteriali, almeno per il momento, sarà indispensabile affidarsi a laici maturi e responsabili, che si facciano carico del peso apostolico da esprimere in termin aggiornati e seri sull’intero territorio.

Hai capito, don Franco, dalla chiarezza di questa antifona, che il salmo da intonare a voce spiegata è quello della preparazione degli educatori e degli operatori parrocchiali.

Ti ringrazio ancora una volta. Così come ringrazio il carissimo don Peppino, alla cui seminagione silenziosa e diuturna va attribuito gran parte del raccolto di grazia di cui riempi i granai del Regno.

Un grande saluto a tutti.

+ don Tonino, Vescovo

 

Grazie don Tonino!

Sono circa le 22.30, tra decine di persone in festa al centro parrocchiale, una manina si agita freneticamente in segno di saluto. Poi quel bambino si avvicina: “Vescovo, non andartene. Resta con noi ancora un po’!” Lui ride, gli si illuminano gli occhi di gioia commossa e carezza il capo del bambino. Poi lo bacia, lo stringe a sé e a mezza voce gli fa: “Tornerò, non preoccuparti!”. Tornerò: più che una promessa speriamo sia davvero un tuo desiderio, caro don Tonino.

Che fossi un grande uomo, prima che un buon Vescovo, lo sapevamo già, ma che la tua presenza tra noi fosse segno-disegno Provvidenziale ce ne siamo accorti solo quella sera di festa che ha simpaticamente concluso la visita pastorale, quando con noi c’era un’intera famiglia di albanesi che la nostra comunità ha accolto fra le sue braccia.

Perché non leggere negli occhi smarriti di questi fratelli un segno dello spirito che tu, don Tonino, con la tua presenza e le tue sollecitazioni ci hai disvelato in quel fresco vespro di Primavera che segnò l’inizio della visita pastorale? Non era anche questo, forse, il senso di quelle tue parole che ci illuminarono sul debito contratto dagli Apostoli nei confronti dell’incredulità di Tommaso, in ragione della loro tiepida testimonianza del Risorto? Ora eravamo noi sotto inchiesta, non gli assenti, i lontani, gli increduli, vero? Noi con la nostra astenia religiosa, con la nostra incapacità di “santificare il quotidiano” attraverso scelte suggerite da un autentico spirito evangelico?

Abbiamo colto quel balenìo di luce dello Spirito, e parole non pronunciate sono diventate monito interiore rigenerante.  Così abbiamo scelto la strada dell’accoglienza dell’“altro tra noi”. Ispirandoci, evidentemente, alle tue coraggiose scelte ideali e concrete di questi anni.

Come non vedere in tutto questo il segno della Sua Presenza d’Amore? Non i segni del potere, ma il POTERE DEI SEGNI: hai ragione, don Tonino. In un mondo dove ridondanze verbali e figurative, parametri e maschere registrano i loro più clamorosi successi, tu ci fai riassaporare il gusto dell’essenziale, del SEGNO. Il segno è SEGNALE: freccia stradale, indicazione di rotta, bussola per l’orientamento in terre sconosciute.

La tua presenza è stata per noi segnale d’orientamento nella difficile scelta della Croce, cui come cristiani siamo chiamati. Gesti di accoglienza e di condivisione che attestino finalmente che le nostre mani si aprono verso l’”altro”, oltre che verso l’”alto”, che non vogliamo “narcisisticamente autocontemplarci negli specchi delle angustie sacrestie”.

Il segno è INPRONTA: orma impressa col fuoco dello Spirito, codice di riconoscimento tracciato con inchiostro indelebile sulle mappe geografiche del vivere di ogni giorno. Impronta digitale che certifica la nostra identità cristiana, nel segno del servizio ai fratelli, non in quello di privilegio di consorteria di eletti che consumano belle liturgie e cose sacre. Il segno è PAROLA D’ORDINE: non lasciapassare per le tortuose strade del successo e del prestigio, ma annuncio di pace e di gioia nell’aldiquà, di salvezza e beatitudine nell’aldilà. Il segno infine è PROFEZIA: vaticinio di tempi nuovi di speranze ritrovate, di pienezza di vita. Una profezia rigenerante, cui tu don Tonino hai dato voce nella duplice veste di padre e fratello.

E allora grazie, don Tonino. Grazie di non aver arginato l’arcano dello Spirito in incomprensibili dogmi, per aver dischiuso l’uscio della Verità evangelica, con delicatezza attraverso i piccoli gesti di cui hai impregnato la tua presenza. Grazie per aver conferito alle tue parole l’agilità del riso, che ci faciliterà gli slanci rivitalizzanti verso un mondo inaridito. Grazie anche per non aver dissimulato ansie e preoccupazioni umane prima ancora che pastorali, per aver tracciato i confini tra semplicismo e semplicità. Ma grazie soprattutto per averci proiettati verso il “non ancora”, verso il “sempre nuovo”; ci hai procurato l’antidoto al più pericolo dei morbi: l’abitudine che incartapecorisce tutti gli ideali con il suo irrimediabile corredo di semplificazioni omologanti. Hai rilanciato nel nostro mercato di borsa le azioni del mito a te, come a noi, più caro: quello della gioventù che hai suggestivamente definito “l’età della bellezza, l’età che non fa riduzione sui sogni, che non pratica sconti sull’utopia”.

Marcello Marchese

 

Un pioggia… di grazia sulla nostra parrocchia

L’altro giorno, mentre ero in chiesa, parlavo con una persona del più e del meno e, poiché fuori pioveva a dirotto, io, quasi amaramente, dicevo che era ora che finisse di piovere e che facesse capolino l’estate che, nonostante fosse maggio inoltrato, sembrava ancora lontana. E lui, con un tono che sembrava dovesse pesare le parole una per una, mi rispose: “Lascia fare, don Franco… è grazia di Dio!”. Io, lì per lì, ho lasciato correre, ma dopo, riflettendoci su, ho capito che quel momento di pioggia era certamente benedetto da quanti si aspettavano, in seguito, dei frutti.

Poi, riflettendo sugli avvenimenti della nostra comunità parrocchiale e passando ad altro campo, mi sono reso conto che anche noi, come parrocchia, abbiamo avuto una stagione ricca… di piogge. Sì, scusate la metafora, ma, pensateci bene, nel mese di aprile c’è stata la visita pastorale del Vescovo, poi nello stesso mese 46 ragazzi hanno ricevuto il dono dello Spirito Santo, per tutto il mese di maggio 81 bambini hanno ricevuto la Prima Comunione. Credo che la grazia del Signore sia piovuta abbondantemente su di noi.

Ma io mi chiedo sempre: è sufficiente che piova perché la pioggia produca i suoi frutti? Credo di no. Come l’acqua ha bisogno di essere accolta in invasi per poter, in seguito, essere distribuita e portare i suoi frutti, così la grazia di Dio ha bisogno di avere dei punti di raccolta per poter portare i suoi frutti. Io ricordo che il Vescovo, durante la visita pastorale, mentre andavamo visitando gli ammalati, ebbe a dire: “Quante persone buone ci sono… il Signore, attraverso canali sotterranei che nessuno vede, continua a dare a noi stimoli per vedere il bene”.

Ora io credo che una comunità parrocchiale, protagonista della propria fede, non può far perdere tanti doni senza accoglierli in invasi che diventino punti di riferimento per la sua crescita. Dopo aver gioito per la presenza del Vescovo e per tanti suoi figli che hanno ricevuti i sacramenti, la nostra comunità è chiamata a portare frutti.

Quali sono i frutti e quale potrebbe essere la maniera? Il Vescovo nella sua visita pastorale ha affermato che il futuro di una comunità parrocchiale lo si gioca sul campo della carità. Noi abbiamo colto l’invito del vescovo e abbiamo scelto di accogliere presso la nostra casa parrocchiale una famiglia di profughi albanesi. E’ una famiglia di quattro persone che ha dovuto, per motivi di necessità, lasciare la propria casa, sradicarsi dal proprio ambiente e dalle proprie abitudini per andare in un paese più ricco e più prospero. Noi li abbiamo accolti, ma non possiamo fermarci a dar loro solo un tetto; e siamo una comunità che vuole crescere sul piano della carità, dobbiamo sentire il bisogno di aiutarli per inserirsi nel campo del lavoro e farli sentire a casa… propria. Hanno bisogno di amicizia per imparare la nostra lingua e inserirsi nelle nostre abitudini, hanno bisogno di solidarietà e di cose di prima necessità. Il primo frutto sarebbe, quindi, una carità concreta, fatta di gesti a persone concrete.

Un altro frutto, che nasce dal dono dei sacramenti che i nostri ragazzi hanno ricevuto, è quello di dare più spessore alla nostra fede. Quanti ragazzi, dopo aver ricevuto il dono dello Spirito Santo per diventare testimoni veri di Cristo, hanno bisogno di… vedere gesti di testimonianza, hanno bisogno di vedere adulti che credono e che li aiutino a credere. Dopo tanta abbondanza di grazia, se avremo il coraggio di raccogliere negli invasi della carità e della fede questi dono… i frutti non mancheranno.

don Franco

 

Coraggio ragazzi!

Ho ancora nelle orecchie, e tantissime nel cuore, le parole di don Tonino: una vera e propria valanga impetuosa che non trova sosta, né è possibile dargliela, perché spinta da energie sempre più fresche e diverse…è superfluo indicarne la fonte; è impossibile dare ad esse dei contorni definiti.

Che compito arduo è scrivere un articolo sul nostro Vescovo!!! Come cominciare? Da un invito? “Siate la fontana del villaggio da cui grondi in continuazione la Grazia divina.” (agli operatori parrocchiali). Dalla citazione di episodi biblici? “Se taceranno loro parleranno le pietre.” e “La divisione dei pani e dei pesci.” (ricordati nell’incontro con i ragazzi della Scuola Media, ai quali ha tenuto a precisare che è più opportuno parlare di “divisione” che di “moltiplicazione” delle ricchezze, visto che oggi solo una piccola parte della popolazione della Terra possiede la totalità dei suoi beni); da un simpatico rimprovero? “La chiesa non deve essere rivolta verso la zona 167 o verso la città di Terlizzi, ma verso l’alto!” (a don Franco, il quale citava l’assillo di molti parrocchiani preoccupati della disposizione della costruenda nuova chiesa); da esperienza di vita quotidiana? Come quella di Vito Emanuele, un neonato sopravvissuto quasi per miracolo e battezzato da don Tonino, oppure dell’incontro con un giornalista ateo, per il quale solo i cattolici sono oggi in grado di parlare con forza di pace e di solidarietà, oppure del viaggio in Etiopia, dell’altro in Terra Santa… e altro, tanto altro ancora, riferito col solito entusiasmo incontenibile, dirompente, coinvolgente che ha avuto, però, secondo me, una sola pausa, un solo momento di attesa, seguito alle dolcissime parole di una canzone, “Io domando”, che i giovani hanno intonato all’inizio del loro incontro col Vescovo.

Don Tonino mi è sembrato profondamente preoccupato del futuro della nostra gioventù: “Non siate mai soli, comunicate sempre tra voi, chiamatevi sempre per nome, datevi del tu, non create fratture e lacerazioni, ma, soprattutto, non smettete mai di porvi domande sul significato della nostra vita, sulla morte, sull’infelicità, sulle ingiustizie del mondo… sappiate che tutto ha un senso, un significato; a tutto è possibile dare una risposta, ma queste risposte non cercatele in “villa” o in piazza, ma solo nel contatto autentico con Dio”.

Allora, coraggio ragazzi… rimbocchiamoci le maniche, riempiamo la nostra vita con azioni concrete. Basta guardarsi intorno per accorgersi di quanto c’è da fare: ingiustizie da combattere, schemi da rompere, solidarietà da creare, petti da scuotere con violenza perché si ravvedano.

Ma tu, don Tonino, vieni più spesso in mezzo a noi a regalarci il tuo entusiasmo e le tue pause di riflessione: solo così l’incredibile speranza della vita per noi non morirà mai.

Francesco Santeramo

 

La nostra parrocchia ha vent’anni

Il 22 aprile 1991, alla presenza di Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Antonio Bello e del nuovo parroco don Franco Vitagliano e del Canonico Penitenziere Giuseppe Barile, primo parroco della Parrocchia Santa Maria della Stella, con grande concorso di parrocchiani, è stato elevato a Dio il grazie, durante la solenne Concelebrazione presieduta dall’amatissimo nostro Pastore, che ha espresso vivo compiacimento per l’opera svolta dalla comunità in questi anni.

Il 28 settembre 1970, Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Settimio Todisco, vescovo amministratore, mi incaricava ad assumere la responsabilità dell’erigenda parrocchia Santa Maria della Stella, con sede provvisoria nell’omonima Chiesa.

Mi rendevo conto delle difficoltà e della situazione precaria, ma quella era la volontà di Dio su di me, espressa da chi lo rappresentava, e dissi con gioia e serenità di sì, fidando nell’aiuto di Dio e nella protezione della Madonna della Stella, nostra guida e protettrice.

Il 22 aprile 1971, venivo immesso nell’incarico di parroco, durante una solenne Concelebrazione, presieduta da Mons. Settimio Todisco, con la partecipazione del Clero cittadino e di sacerdoti focolarini miei amici, in una chiesa gremita. Con fiducia Mons. Vescovo mi affidava la cura pastorale della parrocchia, alla quale, nonostante la mia inadeguatezza, rispondevo con impegno e generosià.

Nel 1972, con l’aiuto dei fedeli e con il contributo, benché minimo, dello Stato e con mio sacrificio personale, non solo fu restaurata la chiesa, dietro la competente e gratuita direzione dell’Ill.mo Arch. Antonio Milillo, di cara memoria, di Giovinazzo, con lavori eseguiti in economia dal costruttore cav. Barile Costanzo di Terlizzi: nuova pavimentazione, impianto elettrico (del sig. Vito Orlando), pitturazione, solaio, nuovo presbiterio con l’altare verso l’assemblea. Si provvide all’acquisto di nuovi arredi, confessionale, banchi, casule, calici, pissidi, grande ostensorio con la generosità dei fedeli e di alcuni parrocchiani.

Per mancanza di locali, fu preso in fitto il locale attiguo alla chiesa in via Giovinazzo, che servì, dopo che fu pavimentato, come luogo di culto durante il restauro della chiesa, poi per la catechesi e per la ricreazione dei ragazzi, dopo essere stato fornito di tanti giochi. Si fittarono altri locali per le attività parrocchiali.

Dall’ottobre 1970 all’agosto 1971, mese delle sua morte, fu preziosa e fraterna la collaborazione del Rev.mo Can. Don Luigi Urbano.

Per la generosità della Signora Rosa De Sario, vedova Nuovo, che donò la dote, la parrocchia ebbe il riconoscimento civile, con decreto del Presidente della Repubblica. Con l’aiuto di laici generosi e disinteressati è stata curata la catechesi per i fanciulli, per i ragazzi e per gli adulti, in particolare di Azione Cattolica. Con il film domenicale ed altre attività si attiravano tanti ragazzi.

Questi anni sono stati pieni di luce e di grazia, anche se accompagnati da situazioni di apprensione e di dolore e alle volte d’insuccessi. Famiglie sull’orlo del precipizio si sono ricomposte, altre hanno con dignità e forza vissuto momenti difficili, persone provate hanno riacquistato la serenità.

Quanti anziani, nonostante gli acciacchi e le infermità e le intemperie, erano presenti alla sera, alla Santa Messa. Era mio grande desiderio vedere non solo gli anziani ma anche donne, uomini, ragazzi e giovani! Non dobbiamo mai dimenticare ciò che dice Gesù: “Senza di me non potete far nulla! Pregate ed otterrete!”. Ora non esiste preghiera più efficace della Santa Messa: è Cristo che si offre al Padre per noi, in ogni momento e in ogni luogo.

Tante persone hanno lasciato con pace questo mondo, in piena coscienza, ma totalmente abbandonate al divino volere, nonostante le terribili sofferenze accettate con forza d’animo.

Fin dal primo momento, Mons. Todisco mi aveva detto che la parrocchia era destinata ad ingrandirsi, era prevista una nuova chiesa più ampia, con i locali di ministero e la casa parrocchiale; ciò comportava un impegno serio e gravoso. Per questo, nonostante l’amministrazione ordinaria della parrocchia, era necessario risparmiare per affrontare la nuova situazione.

Nel 1984, l’Amministrazione Comunale dava in concessione il terreno sul quale far sorgere la nuova chiesa ed i locali di ministero. Approvato il progetto del carissimo Arch. Ing. Michele Amendolagine, il 10 febbraio 1985, il Rev.mo Vescovo Mons. Antonio Bello, sotto una pioggia fitta, attorniato da una grande folla di parrocchiani e amici, alla presenza delle autorità civili e militari, benedisse la prima pietra del nuovo centro, che venne collocata dall’impresa edile cav. Serafino Vitagliano.

Con il denaro accumulato negli anni precedenti (fino all’anno 1985 circa 33 milioni di lire) si è dato inizio alla costruzione. Per i locali di ministero è stato ottenuto dalla Cassa Depositi e Prestiti un mutuo trentacinquennale, a spese dello Stato, di 150 milioni. Ma la somma destinata era di soli 110.800.000, quindi abbiamo in realtà ricevuto 99.720.000, e si è in attesa del resto.

Dal Comune di Terlizzi si sono ottenuti due contributi, uno di 50 milioni e l’altro di 10 milioni. Dal Vescovo, a fondo perduto, 16 milioni. Dai fedeli, questue in chiesa, benedizione delle case, amministrazione dei sacramenti, offerte, iniziative dell’Azione Cattolica (gite, concerti negli anni 1986-89) 87 milioni.

Sono state realizzate opere murarie che comprendono: un seminterrato con saloni multiuso e garage, al piano rialzato quattro aule, un ufficio e servizi igienici. Senza alcun impegno 67 milioni sono stati restituiti dal nuovo parroco e dai componenti del Consiglio parrocchiale per gli affari economici.

Per la realizzazione di tutto sono stati spesi 417 milioni di lire.

Sono veramente felice di quello che è stato fatto ed esprimo la mia gratitudine al Signore, alla mia famiglia, a tutti i parrocchiani che mi hanno sostenuto ed aiutato, al gentilissimo Sig. Architetto Ing. Michele Amendolagine, progettista, al cav. Serafino Vitagliano esecutore dei lavori e ai suoi collaboratori. Un sentito ringraziamento ai coniugi Alfio e Marcella Giuga, donatori dell’organo elettrico per la nuova chiesa.

Esprimo gratitudine ai miei collaboratori; Rev.mo Can. Primicerio, di cara memoria, Michele Vitagliano, a don Nino Prudente, al Rev.mo Can. Michele Rubini, a tutti i collaboratori laici, che mi hanno incoraggiato e sostenuto con spirito di sacrificio.

Formulo i più fervidi auguri al carissimo don Franco ed a tutta la comunità parrocchiale, di continuare la piena realizzazione dell’opera, per la gioia e il bene di tutti.

Can. Penitenziere Giuseppe Barile

 

La nostra parrocchia tra passato presente e futuro, nelle vene della storia…

Non è semplice racchiudere in poche righe la vita di una parrocchia che, sebbene ancora giovane, ha vissuto intensamente la propria storia tra “le gioie e i dolori di ogni giorno”.

Proprio perché giovane, è sempre stata caratterizzata da una voglia smisurata di studiare nuove strategie per scendere in campo, per conoscere il territorio, per costruire pian piano una comunità che entrasse sempre più nella logica della rivoluzione copernicana: o Dio è il sole (cfr. Sal 83,12) attorno a cui organizzare ogni cosa, oppure Dio è un oggetto tra glia altri che volteggia nel cielo ingombro della vita. E’ copernicano, no?

Una parrocchia viva, sulla cui porta non è mai comparso il cartellino “chiuso per ferie”. Fin dall’inizio ha scelto di fare un gioco di squadra, rinunciando a centrarsi sul proprio “ego” per dar spazio all’incontro con l’altro che, come direbbe Levinas, è il “volto” che sono chiamato a scoprire e contemplare; dunque una parrocchia alla ricerca di un volto, anche di quello più lontano, più sudicio, disperato, marchiato dai segni delle spine, segnato dal soloe e dal tempo, … perché è in quel volto, nel volto dell’altro, che si invera Dio ed il suo Amore.

In fondo il volto di Dio che i cristiani sono chiamati ad annunciare non è quello del Dio Pantocratore che campeggia nelle absidi bizantine, ma è quello del Dio-uomo, del Dio che ha posto la sua tenda tra noi e che per noi è morto sulla croce.

La nostra parrocchia per vent’anni non è rimasta al balcone, là dove tutto ci colpisce, ma da dove non prendiamo che contatti furtivi di utilità, di curiosità, di piacere, cogliendo una vita in superficie e a brandelli, ma è scesa in strada, nell’ordito del quotidiano, per essere a fianco dei giovani, degli indifferenti, degli anziani, dei sofferenti, raggiungendo anche il più nascosto domicilio di chi si trova ai margini.

Nello slancio della sua giovinezza, non si è lasciata prendere dallo sconforto di fronte alla delusione per un raccolto non fecondo, per una carità che qualche volta non è riuscita ad esprimersi, per la Parola che è sembrata scivolare via sulla pelle senza intridere il cuore. La sua speranza non è venuta meno neanche di fronte agli ostacoli per una struttura troppo piccola per contenere le esigenze di tanti parrocchiani. Se non ha ceduto il passo allo scoramento, è perché sorretta da una” folle” fiducia in Dio, certa che ciò che è importante è lasciarsi guidare in ogni momento dalla volontà di Dio. In fondo è Cristo che scrive la storia! Molte volte le storie delle nostre chiese hanno il difetto di essere scritte dalle nostre mani, quindi spesso sono piene di errori. Il Signore ci permette di vivere una Pentecoste continua: ad ognuno di noi è affidato il compito di fare bene la propria parte, poi Egli puntualmente interviene con la Sua provvidenza.

Mai la generosità di una comunità come la nostra avrebbe potuto provvedere alla realizzazione del centro parrocchiale, utile punto di riferimento per la formazione spirituale dei ragazzi, luogo per fare esperienza di comunione e partecipazione, luogo di incontro per studiare le planimetrie della vita sulle quali modulare il nostro annuncio e renderlo credibile agli occhi del mondo. Rubando l’immagine al nostro Vescovo don Tonino, la parrocchia è come quelle fontane che si trovano ancora al centro delle piazze dei paesini di campagna. Lì la fontana è luogo di ritrovo, di accoglienza, dove è possibile per tutti trovare un po’ di refrigerio. Sicuramente la sorgente di quest’acqua è Dio, ma c’è anche chi, indossando la tuta da lavoro, ha preparato le condutture, ha vegliato giorno e notte per assicurare che queste fossero sempre in buono stato per far giungere a tutti l’acqua senza carestie né restrizioni. Primo fra tutti don Peppino, al servizio di Dio nell’uomo, un uomo che vive in profondità lo spirito di povertà, inteso come disponibilità di tutto quello che si è per gli altri; poi don Franco, che con pazienza continua il difficile compito di guidare la comunità, …e ancora, i catechisti, gli adulti, l’Azione cattolica…

Sono certa che nel futuro quel torrente, cadendo già dalle montagne, traboccando dagli immensi laghi azzurri, continuerà a dissetare le labbra riarse, a detergere dal sudore e dalla polvere, a bagnare i volti che hanno pianto, portando con sé una nuova linfa di vita. Tutti dobbiamo sentirci impegnati nella costruzione di una grande diga che possa contenere la potente piena, senza anestetizzare i progetti e il coraggio.

Questo è il mio sogno! E… se è vero che se uno sogna da solo, il suo rimane un sogno, ma se sogna insieme agli altri, il sogno è già all’inizio di una realtà… allora perché non sognate anche voi?

Franca Maria Lorusso

 

Don Tonino incontra i catechisti

La visita pastorale del nostro amato Vescovo ha lasciato in me un segno profondo e mi ha stimolato alcune riflessioni che voglio parteciparvi.

Molti sono stati gli incontri che don Tonino ha tenuto qui, nella nostra parrocchia… Quante volte la mia sfrenata fantasia si è sbizzarrita e immagini evangeliche mi portavano in Terra Santa e alla figura del Vescovo si contrapponeva quella eterea e sfocata di Gesù.

L’ultimo incontro è stato quello con i catechisti. Essendo anch’io una di loro, sono stata presente, certa che il carisma di don Tonino mi avrebbe lasciato senz’altro qualcosa di duraturo nell’animo.

Non abbattetevi, non vi demoralizzate, cercate anzi di trovare sempre nuove maniere di donare il vostro amore per Gesù ai più piccoli… non lasciatevi travolgere dal qualunquismo e dalla superficialità del mondo… la fede non si regala, si dona, sacrificandosi”, ha detto il nostro Vescovo, riferendo anche una sua esperienza di vita vissuta in Africa, quando notò che tanti indigeni, armati di lancia, facevano chilometri a piedi per raggiungere la missione e imploravano i padri missionari di recarsi nei loro villaggi per preparare i catecumeni…

I nostri ragazzi, invece, vanno al catechismo svogliati, senza interesse e senza amore. I nostri ragazzi poi hanno i genitori che pensano al catechismo come l’unico mezzo per potersi togliere quell’impiccio dei Sacramenti. Il catechismo è diventato un peso… qualcosa che ci dà preoccupazioni materiali, come il denaro che si deve spendere per la Prima Comunione, per non parlare poi della Cresima, che spesso si rimanda a prima del matrimonio. E’ stato certamente perduto il senso religioso dei Sacramenti.

Mentre il Vescovo raccontava le sue esperienze in terra d’Africa, ho pensato a come sarebbe bello rivedere nei nostri ragazzi quell’entusiasmo, quell’interesse e quell’amore che i nostri fratelli del Terzo Mondo dimostrano per Gesù.

E come sarebbe bello se la nostra parrocchia diventasse una terra di missione, dove si deve rimettere il seme dell’amore appassionato per Colui che è risorto.

Ivana Murgolo

 

Dalla visita pastorale… un impegno

Della visita pastorale ognuno ricorderà l’appassionata difesa dei “Tommaso” che vivono ai margini della comunità ecclesiale e la centralità della parrocchia, paragonata alla fontana del paesino, punto di incontro, di ristoro, di socializzazione, di accoglienza.

Alcuni ricorderanno un’espressione, un gesto, un particolare sentimento. Tutti, però, siamo tenuti a non dimenticare che, nella sera dell’ultimo giorno dell’entusiasmante presenza del Vescovo tra noi, egli ha detto: “rifondate la vostra vita comunitaria sull’accoglienza”. Basta un sorriso, sono sufficienti pochi minuti, “perduti” ad ascoltare chi ci vuol parlare, per riconoscere nell’altro lo sconosciuto viandante incontrato sulla via di Emmaus.

In base a tale indicazione, abbiamo assunto un impegno concreto: l’adozione di una famiglia di albanesi. Ebbene, la famiglia Habibi dimora già da un mese presso il nostro Centro parrocchiale. “Adottare” non significa solo fornire un tetto, pur indispensabile, o, sull’onda dell’emozione, elargire una tantum il proprio obolo, ma essere vicini a questi fratelli con continui gesti di carità concreta, che devono passare sempre tramite don Franco. Significa ricercare presso amici o parenti un posto di lavoro che dia loro sicurezza ed indipendenza e non si traduca in sfruttamento.

Dei due fratelli, uno è falegname e l’altro tipografo. Se questi si sono allontanati dalla loro terra e dai loro affetti familiari significa che nel loro paese stavano veramente male. In considerazione del loro disagio, il gruppo di promozione famiglia della nostra parrocchia è ricorso all’autotassazione.  Qualche altra famiglia ne ha seguito l’esempio. Ma ciò non basta. Sarebbe doveroso, sacrificando qualche pseudo bisogno (e ne abbiamo tanti!) che ognuno includesse nel proprio bilancio familiare la voce “contributo per opere di carità”. Solo così potremmo crescere come comunità, portando reciprocamente gli uni i pesi degli altri.

Se fossimo capaci sempre di attenzione all’altro, vivremmo secondo il vero spirito evangelico: oggi è la famiglia Habibi, domani potrebbe essere un’altra. Consideriamo anche che le difficoltà non sono solo ed esclusivamente di natura economica: perciò potremmo anche frequentarli, per non farli sentire emarginati, stranieri. Per esempio, organizzare nel salone del Centro parrocchiale una festicciola per bambini di scuola materna a fine anno scolastico (la coppia ha una bambina di quattro anni).

Permettetemi di concludere questo invito all’impegno con le parole finali della Preghiera semplice di San Francesco: “Poiché è dando che si riceve”.

Vincenzo Gattulli

amministratore

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