Esserci, marzo 1991

 

Ricominciamo da tre

Si ricomincia… O no! Si continua! E’ vero il nostro giornale ha ceduto il passo per qualche tempo, il che ha dato l’impressione di essere già finito al suo esordio.

Ma cosa ci è mancato? Io penso gli stimoli a continuare. Pensate un po’: sono usciti due numeri nei mesi di aprile e maggio, quindi ci siamo fermati… ma nessuno ha lamentato questa stasi. Mi chiedo il perché. Forse un giornale che sia un momento di collegamento in parrocchia non serve? Forse è ancora carta che si aggiunge ad altra carta? Forse abbiamo sbagliato nell’impostazione del giornale stesso? Sono domande a cui non sono riuscito a dare una risposta.

Ma la risposta credo non debba nascere da me, ma da voi che come parrocchiani siete i fruitori ma anche i portavoce di un cammino da fare insieme. Per cui abbiamo deciso di… continuare. Sì, ma con qualche cambiamento. Ci sarà una rubrica, curata dal prof. Franco Santeramo, che curerà un dibattito con e su i giovani; inoltre daremo ampio spazio a lettere e a voci indirizzate al parroco… (a me…).

Abbiamo deciso di continuare, perché il filo sottile dell’informazione e del pensiero ci deve tenere tutti legati intorno ad una realtà che chiamiamo comunità (la parrocchia) ma che non lo è ancora.

Abbiamo deciso di continuare perché i problemi, le domande, l’ansia di ricerca devono pur trovare una risposta… e quindi continueremo insieme.

don Franco

 

Don Tonino, Vescovo senza riserve

Coscienza dove sei?

C’è chi ha voluto definirla “Santa Alleanza dei disertori””, chi invece ha preferito il più altisonante “Teologia della diserzione” e chi ha parlato – con quel tanto tanto di sarcasmo sull’oscuro passato della Chiesa guerrafondaia – di “nuova crociata contro lo Stato”. Qualcun altro ha persino scomodato (un po’ saccentemente e imprecisamente) le Sacre Scritture, che nel passo del Qoelet dicono che il Signore farà impazzire chi vuol perdere.

Il pazzo in questione, il crociato di cui si parla è il nostro Vescovo, mons. Bello, colpevole, secondo alcuni, di aver istigato i militari italiani, impegnati nelle operazioni di “polizia internazionale” nel Golfo a disertare. In realtà (e non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire) mons. Bello non ha formulato un invito alla diserzione. Il suo è un problema etico. Dice infatti: “Non invitato alla diserzione. Se un pilota nel Golfo ricevesse l’ordine di sganciare bombe anche sulla popolazione civile e mi chiedesse cosa fare, io gli direi di ascoltare la propria coscienza. E se non se la sentisse di bombardare, gli direi prendi coraggio, diserta: non uccidere. Se un Vescovo non si può più appellare alla coscienza. Cosa gli resta?”.

Forse null’altro, potremmo rispondere noi. Il nucleo della questione non è disertare oppure obbedire, bensì scegliere secondo coscienza di disertare o di obbedire.  Non dunque l’istigazione alla diserzione, ma l’appello alla coscienza; quella del credente, cristiano o mussulmano che sia, e quella dell’ateo. Mons. Bello non fa questo “distinguo”, perché la coscienza di ognuno è sacra ed inviolabile in quanto tale, senza distinzioni di razza, lingua o credo religioso.

Questa inviolabilità è stata sancita anche da Giovanni Paolo II nel messaggio per la giornata mondiale della pace, intitolato “Se vuoi la pace, rispetta la coscienza di ogni uomo”. Scrive il Papa: “Nessuna autorità umana ha il diritto di intervenire nella coscienza di alcun uomo. Questa è il testimone della trascendenza della persona … e come tale è involabile”.

Appellarsi alla sacrosanta inviolabilità della coscienza non costituisce né apologia di reato, né tanto meno atto criminoso di istigazione. Invitare un milite all’esercizio del dubbio sulla liceità, non legale ma morale, di quanto sta per compiere, mentre imbraccia un fucile o sorvola carico di bombe un obiettivo nemico, non significa istigarlo a disertare, ma solo invitarlo a giustificare davanti a se stesso la scelta che farà. Sia essa di morte o di vita.

Ogni scelta è il traguardo di un lungo cammino caratterizzato da diversi momenti: momento riflessivo (vaglio di tutte le possibilità), momento positivo-decisivo (assunzione di una sola possibilità), momento negativo (esclusione di tutte le altre opzioni). Ciò che qualifica una scelta è il secondo momento, quello positivo, perché è il punto di partenza di una serie consequenziale di effetti di cui ci si assume a priori la responsabilità. A presiedere questo complesso meccanismo coscienziale c’è il coraggio di scartare o di scegliere in base a valori ideali in cui si crede.

Nella coerenza fra il credo ideale e l’agire pratico si realizza la dignità dell’uomo, mentre la vera libertà è determinata dalla assunzione consapevole, cioè responsabile, di una scelta, fondata su una giustificazione ideale, rispetto a mille altre possibilità, escluse perché non sufficientemente garantire da valori.

Dignità, responsabilità, libertà convergono nelle scelte di ogni uomo senza distinzione di credo. Noi cristiani viviamo le nostre scelte con una intensità particolare. “Dio, creando la persona umana, ha iscritto nel suo cuore una legge che ognuno può scoprire (cfr. Rm. 2,15) e la coscienza è proprio la capacità di discernere ed agire secondo questa legge: obbedire ad essa è la dignità dell’amore”. (Giovanni Paolo II, 1° gennaio 1991).

La legge del Vangelo, questo è il nostro valore ideale e religioso che “ognuno può scoprire”. Può, non deve: Dio rispetta ed ma a tal punto l’uomo da rinunciare a sovrapporsi alla sua coscienza, lasciandolo libero di scegliere. “il Vangelo è la luce che deve illuminare – dice don Tonino – ma poi è l’occhio dell’uomo che vede”. Dio ci ha creati liberi di orientare i nostri percorsi verso ciò che riteniamo giusto; e questa libertà è sacra perché viene da Dio. Coartarla o comunque condizionarla in modo volontario, lottizzando le coscienze e monopolizzando i valori significa privare l’uomo della sua dignità di essere vivente e figlio di Dio.

Marcello Marchese

 

Quaresima: tempo di grazia e di riconciliazione

La quaresima è il periodo più adatto per una piena e consapevole partecipazione al mistero pasquale di Cristo, di Morte e di Resurrezione: ci uniamo con le nostre sofferenze e tribolazioni, per essere nella sua gloria. Il Signore nella sua bontà infinita ci chiama a partecipare al dono della salvezza che si è realizzato nella Pasqua di Cristo.

Nati alla vita di figli di Dio, in virtù dell’acqua viva del Battesimo e della Grazia di Cristo, i cristiani sono chiamati ogni giorno ad una vita di purificazione, per unirsi al sacrificio che Cristo offre al Padre. Illuminati dalla fede ricevuta nel Battesimo, cercano di vivere in comunione di amore e di proclamare al mondo intero l’annuncio della Morte e della Resurrezione di Cristo.

Per questo si sforzano di configurarsi a Lui, mediante un cammino di purificazione e di conversione per rivestirsi della sua santità.  Sull’esempio di Gesù, si dedicano alla preghiera, coltivando il proprio rapporto con Dio, rimanendo in comunione con Lui, sicuri della sua protezione, ciecamente abbandonati al suo amore, sperimentando anche consolazioni, con la coscienza di essere immensamente amati da Lui.

Alla preghiera si unisce un vivo desiderio di conoscere la sua divina parola: si legge e si medita il Vangelo di Gesù, rivivendo, nell’esperienza quotidiana e in ogni situazione, quelle divine parole con una ricchezza di frutti di ogni genere. “Chi ascolta e mette in pratica la mia parola è uomo veramente saggio”. E’ la divina parola che mette a nudo la coscienza, rivelando ciò nella condotta non è conforme al divino volere, si prova profondo dispiacere del male commesso e si desidera essere purificati dalla bontà misericordiosa di Dio, nel lavacro del Sacramento della Penitenza.

Particolare importanza assumono in questo periodo le opere di penitenza e di mortificazione: non farebbe male un po’ di digiuno, coltivare il raccoglimento ed il silenzio, rinunciare anche agli spettacoli televisivi, specialmente quelli non edificanti, essere vicini agli ammalati con visite e umili servizi, privarsi del proprio superfluo in favore dei più indigenti, impegnarsi a costruire rapporti nuovi e di pace con tutti, non dimenticando le parole di Gesù: “Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

sac. Giuseppe Barile

 

Un solleticante invito per voi giovani

Coraggio ragazzi: vi regalo un’idea

“Ieri è stato il mio compleanno… nessuno se n’è ricordato”.

“I miei dicono che non è poi così importante star dietro a queste ricorrenze… se è per i regali, ne ho quanti ne voglio”.

“Io vorrei comunque che se ne ricordassero, non per i regali, ma per sapere che mi considerano, esisto, vivo, sogno”.

“Sogno? Che cosa? Che cosa mi resta da sognare se ho tutto, oppure mi sembra di avere tutto dalla vita, anche se… Un vuoto mi lacera dentro: mi opprimono continui timori che non riesco a comunicare, sono depresso da tutto e da tutti. Dagli insegnanti, che pretendono e pretendono di più, da Gianni che in palestra vuole più impegno, dal parroco che non mi considera più come prima, attento al catechismo dei più piccoli, alla buona riuscita della messa, al buon funzionamento dell’apparato. Mi opprimono i miei, con i loro continui: <Non deluderci! Ci fidiamo di te! Contiamo su di te! Sarai qualcuno nella vita!>. Che strazio, che angoscia… Nessuno, né amici, né conoscenti è capace di capirmi, di accorgersi che qualcosa dentro di me si sta rompendo ed ho assoluto bisogno di aiuto. E pensare che ho solo quindici anni! Ma forse una soluzione ci sarebbe: mi hanno detto che la droga, la maledetta droga aiuta a vincere quel malessere che hai dentro e a darti un po’ di felicità, perché ti fa dimenticare… Ma ho paura… non voglio morire”.

Mi sono immaginato, anche se non è stato facile, le farneticanti riflessioni che potrebbero sconvolgere la mente di un ragazzo disperato e preda di una crisi esistenziale da cui è incapace di uscire, né altri si degnano di farlo.

Quella che va dai 14 fino ai 17-18 anni è un’età davvero delicata, critica per gli adolescenti alla ricerca di un’identità e di uno scopo nella vita. Solo qualche decennio fa erano gli stenti, le privazioni, i grossi sacrifici e le mete fortemente ambite a tenere occupate le menti e soprattutto i giovani, i nostri padri, lottavano per darci il cosiddetto benessere.

Col senno di poi, purtroppo, abbiamo capito che questo benessere poteva dare delle risposte solo esteriori ed ha nociuto soprattutto a chi non ha avuto più scopi, più traguardi da raggiungere, più confort da acquisire e più valori in cui credere.

Ma come fare per ridare un senso alla vita? Cosa fare perché i giovani non si perdano e non muoiano lentamente nella tossicodipendenza e nel nulla? Tutt’intorno è un palleggiarsi le responsabilità: la scuola, lo stato, la famiglia sembra stiano vivendo un interminabile periodo di transizione da cui dicono sia molto difficile uscire.

Rimane un ultimo baluardo, un ultimo argine che frena questo fiume di niente che ha invaso la società: la Chiesa, la nostra millenaria Chiesa, vecchia sì ma ancora e sempre viva, con il suo apparato scenografico maestoso da un lato, ma anche con una grande umiltà dall’altro.

Questa è l’idea che può essere regalata ai tanti ragazzi che si stanno perdendo: sappiate che la nostra madre Chiesa è lì ad attendervi. Con tutti i suoi difetti, le sue anacronistiche soluzioni, i suoi problemi, ma anche col suo grande amore e disponibilità enorme ad allargare le braccia verso tutti.

I parroci sono lì in attesa, pronti a dire una parola amica, ad operare perché la società migliori. Ma se anche noi, cosiddetti laici, collaborassimo ad operare in questo senso, affinché i nostri ragazzi abbiano ancora un futuro ed una speranza avanti a loro, tutto ciò non servirebbe a rendere più piena e ricca di significato anche la nostra vita?

Francesco Santeramo

P.S.: Ragazzi, che ne dite di servirvi di questo foglio per dar voce ai vostri problemi? Penso che la voglia di esprimervi, che so essere tanta e talvolta incontenibile, possa essere sostenuta da chi con i giovani vive molta parte della sua giornata.

don Franco

 

Caritas: letizia, affabilità, attesa

Con la ripresa post-feriale si è ricostituito nella nostra parrocchia il “Gruppo Caritas”. Ne fanno parte, con rinnovato impegno, le sig.re Armentano, Fiore, Lisena, Morgese, Piemontese e suor Piera. Coordinatore il dr. Gragnaniello. Marcello Marchese cura i rapporti con la Caritas Cittadina, con particolare interesse ai problemi degli immigrati extracomunitari.

Ad un primo incontro di operatori Caritas a livello diocesano è stato ribadito dalla coordinatrice, Sig.ra Santina Mastropasqua, la necessità che ogni caritas parrocchiale, più che gestire in prima persona la beneficenza, dovrebbe coordinare le varie attività parrocchiali e soprattutto sviluppare una pastorale della carità, educando tutti alla generosità.

Dal punto di vista organizzativo sono stati decisi due incontri di spiritualità e tre incontri di formazione (su argomenti come la giustizia, la solidarietà, ecc.) ed eventualmente un convegno con la partecipazione di relatori qualificati.

Nel primo incontro di spiritualità, tenutosi il 2 dicembre presso la Casa di preghiera di via Sovereto, il Vescovo ha illuminato l’assemblea invitando alla meditazione su tre punti:

  • letizia, intesa come fecondità di opere;
  • affabilità, cioè la disponibilità ad ascoltare il prossimo;
  • attesa, non statica, ma dinamica, che vada incontro alla necessità.

Per testimoniare l’impegno della parrocchia verso le nuove emergenze che si manifestano nelle nostre comunità, in occasione del Natale, il Gruppo Caritas ha stimolato la raccolta nelle questue dell’ultima domenica d’Avvento, di una somma da devolvere alla Caritas cittadina per la mensa dei poveri che sta per prendere il via presso l’Istituto dell’Immacolata Concezione. Buona la cifra messa insieme, pari a 1.500.000 lire.

Continua inoltre la raccolta, presso il Centro parrocchiale, di stracci da macero e di indumenti usati ma ancora utilizzabili.

Giuseppe Gragnaniello

 

Flash

Comune occupato

Comune di Terlizzi occupato per la seconda volta dai cittadini della 167 Chicoli a causa dell’inadeguata risposta degli Amministratori locali ai gravi problemi che gravano sul quartiere da molti anni.

I cittadini chiedono ancora una volta il rispetto del Programma che la Giunta si era data all’inizio del suo mandato e che prevedeva alcuni punti prioritari, fra cui la situazione della “zona Chicoli”.

Fino a questo momento, e nonostante i reiterati tentativi di dialogare con gli Amministratori, alle parole non hanno fatto seguito i fatti. Da qui la decisione del Comitato del quartiere di occupare la Sala consiliare per ottenere la convocazione di un consiglio comunale monotematico sui problemi della zona.

Non ha dato esiti di rilievo l’incontro fra il Prefetto di Bari, il Sindaco e gli esponenti del Comitato che sollecitano, fra le altre cose, l’attuazione degli espropri nel rispetto del piano di zona.

Intanto l’occupazione della Sala consiliare continua. Sul prossimo numero l’aggiornamento sulla situazione e sui suoi sviluppi.

anonimo

 

 

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