UNA PARROCCHIA “FORMATO FAMIGLIA”? … PROVIAMOCI!

Programma Pastorale Parrocchiale 2016-17

introduzione

Come nel nostro nome è iscritto il progetto di Dio su ciascuno di noi, così nel titolo del nuovo programma pastorale parrocchiale è presente quello che la nostra comunità di San Domenico è e deve cercare di diventare: una comunità a misura di famiglia.

Forse si tratta di un sogno che contrasta con l’esperienza di quanti nella nostra parrocchia hanno incontrato più la freddezza delle distanze che il calore dell’accoglienza, tanto si sono sentiti, in certe situazioni, estranei e non fratelli e sorelle. Tuttavia, proprio questo disagio costituisce anche la sfida da raccogliere perché la nostra parrocchia possa rispondere all’invito che il grande Tertulliano agli inizi del cristianesimo rivolgeva al cristiano: «diventa quel che sei», cioè «famiglia di famiglie».

 

la comunità delle origini

La comunità cristiana dei primordi era esattamente così: una sorta di grande famiglia. «Ogni giorno – si legge nel libro degli Atti degli Apostoli (2,46) – tutti insieme spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore». Secondo il Nuovo Testamento, infatti, la Chiesa è casa di Dio (1Pt 2,5, 4,17; 1Tm 3,15; Eb 10,21). E per questo anche la liturgia spesso definisce la Chiesa familia Dei, dunque casa per tutti. In essa tutti devono potersi sentire a casa e come in famiglia. Della casa, nel mondo antico spesso facevano parte, accanto al capofamiglia, alla moglie e ai figli, anche tutti gli altri che vivevano nello stesso casato: i parenti, gli schiavi, gli amici e gli ospiti. È a questo contesto che dobbiamo pensare quando ci viene raccontato negli Atti degli Apostoli che i primi cristiani si riunivano nelle case (At 2, 41-48; 4,32-35; 5,12-16) e che la conversione a volte riguardava intere case (At 11, 14; 16, 15, 31, 33). Nelle lettere di San Paolo la Chiesa appare ordinata secondo case, vale a dire Chiese domestiche. (Rm 16,5;1Cor 16, 19; Col 4, 15; Fm 2). Esse costituivano per l’apostolo un punto di appoggio e di partenza nei suoi viaggi missionari, erano luogo di preghiera, d’insegnamento catechetico, di fratellanza cristiana e di ospitalità verso i cristiani di passaggio. Prima della svolta costantiniana erano anche luogo di incontro per la celebrazione della cena del Signore. Sorprende il fatto che fra gli elementi umani fondanti la prima Comunità cristiana, l’autore degli Atti degli Apostoli insista di più sull’unità dei sentimenti, unità di cuore e di anima. Prima di parlarci della libera comunione dei beni, perché frutto d’amore, ogni volta l’autore sacro insiste su questa unità di sentimenti, da cui procede ogni attività: «Un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32).  L’espressione, divenuta proverbiale, intende ribadire che, grazie al dono dello Spirito, i credenti di una comunità sono una sola cosa, anzi un solo cuore, come avviene in una famiglia. Di qui una conseguenza importate: l’unità fraterna vale più dei miracoli. Così il miracolo più grande che Lui stesso compie per noi è l’amore che crea l’unità. Questo è il segno più manifesto della presenza dello Spirito in una famiglia come in una comunità cristiana: vivere una medesima vita, essere un solo cuore nonostante le diversità.

 

come vive questa comunità d’amore?

Quali sono le dimensione attraverso le quali si esprime la vita della Comunità parrocchiale? Fondamentalmente sono tre: liturgia, catechesi e carità. Quest’anno proveremo a declinare queste tre dimensioni secondo il “formato famiglia”. Perché questa scelta? Essa è ispirata dalla prima Lettera pastorale che il nostro Vescovo al Convegno diocesano d’inizio anno ha voluto consegnare alle nostre comunità parrocchiali dal tema: Annunciare la gioia del Vangelo in famiglia. Al paragrafo n. 6, infatti, Mons. Domenico Cornacchia dice chiaramente: «per l’anno pastorale 2016-2017 scegliamo come luce di posizione quella della famiglia, sollecitati dal Papa con la sua Esortazione Apostolica Amoris laetitia, frutto dei due Sinodi dedicati al tema della famiglia».

Se la luce di posizione deve essere quella della famiglia, sarebbe interessante vedere come proprio attraverso la mediazione della famiglia, la nostra parrocchia può diventare una famiglia di Dio, una casa di famiglie e delle famiglie dove allenarsi all’ascolto, alla condivisione, alla corresponsabilità, all’accoglienza, all’accompagnamento, all’attenzione al più piccolo e al più debole. L’analogia tra la famiglia e la parrocchia è alquanto evidente.

Se la famiglia trasmette nella casa natale la fiducia fondamentale della vita, la parrocchia introduce, attraverso il cammino di iniziazione, alla vita come un dono che viene dall’alto.

Se la famiglia è lo spazio degli affetti, apre a nuove relazioni e trasmette la responsabilità personale della scelta di vita, la parrocchia è lo spazio dove si sperimenta la comunione trinitaria come chiamata e vocazione, l’atmosfera che genera persone di comunione, l’ambiente che suscita gesti di servizio, il cammino che stimola slanci di dedizione e avventure che sono capaci di segnare la vita degli uomini e delle donne a tal punto da far trovare loro una nuova identità.

Se la famiglia realizza nella propria casa e dentro la trama del quotidiano un sogno comune, la parrocchia rende possibile che questo sogno comune sia anche il sogno di altre famiglie, strappandole dal loro ripiegamento nel privato (cf F. G. BRAMBILLA, Dalla “chiesa domestica” alla “chiesa famiglia di Dio”: luogo degli affetti e spazio della comunione, Relazione).

 

obiettivi e scelte operative

 

  1. 1.                  per una liturgia formato famiglia

Tutta la vita, nello scorrere dei giorni, è una liturgia. Ancor di più la vita di due persone che mettono su famiglia. La liturgia nuziale, infatti, non si conclude con la celebrazione in chiesa, «La Messa è finita, andate in pace», e il conseguente pranzo di nozze, ma continua ad avere una sua celebrazione, una sua conseguenza nella vita stessa degli sposi. È la liturgia feriale che si vive in tante famiglie come in quella di Gesù, Giuseppe e Maria: la “liturgia di Betlemme” con lo stupore nei confronti di un bimbo che nasce e che bisogna aiutare a far crescere; la “liturgia di Nazareth”, pienamente vissuta come liturgia della normalità con il ripetersi quotidiano dei gesti, del lavoro e degli impegni;  la” liturgia della vita pubblica”, quando si tratta, come Gesù, di “giocarsi la faccia in pubblico” scatenando malumori in quanti non condividono il nostro pensiero; e da ultimo, “la liturgia del dolore, della solitudine e delle lacrime” quando ci si avvia gradualmente ma consapevolmente sulla strada del «perdere tutto», dell’imparare a donare tutto. Sono le liturgie feriali della famiglia che traggono forza dalla liturgia principale, che è quella domenicale. È là che sperimentiamo il nostro essere famiglia perché partecipare alla Messa domenicale non vuol dire compiere un rito, ma è un “andare a trovarsi con i parenti” (i nonni, gli zii, i nipoti, i parenti, gli amici) in una sorta di “festa di famiglia” e di ” famiglia allargata” che oltrepassa il tempo.

 

Proposte:

–     Favorire, attraverso semplici sussidi, la preghiera in famiglia sia come celebrazione dell’unità tra marito e moglie, genitori e figli, sia come preparazione della liturgia eucaristica domenicale.

–     Favorire occasioni per celebrare la fraternità allargata tra le famiglie in occasione della Cena rionale da vivere prima dell’inizio dei campi estivi dei nostri ragazzi e giovani.

–     Promuovere l’iniziativa di celebrare come liturgia e festa domestica gli anniversari del battesimo e del matrimonio. In ogni anniversario di battesimo e di matrimonio, infatti, noi celebriamo il «per sempre»: «Sarò per sempre figlio di Dio; saremo per sempre sposi». Pertanto nella quarta domenica di Avvento sarà celebrata la S. Messa con tutti coloro che ricordano il 1o, il 25 o e il 50 o – 60 o _ 70 o – 80 o anniversario di Battesimo ricevuto nella nostra Parrocchia, mentre nella domenica del battesimo di Gesù sarà celebrata la S. Messa di ringraziamento con quanti hanno celebrato il 1o, il 25 o e il 50 o – 60 o anniversario di Matrimonio.

–     Aiutare i genitori a pregare con i bambini, invocando la benedizione su di loro o tracciando un segno di croce sulla loro fronte, al mattino o alla sera; ma anche aiutare gli sposi a pregare insieme, invocando la benedizione sulla propria moglie e sul proprio marito.

–     Favorire la partecipazione di tutti i componenti della famiglia alla Messa domenicale, come tiene a ribadire il nostro Vescovo nella lettera pastorale al n. 12, riservando ai genitori il posto accanto ai figli e prevedendo per tutti i componenti della famiglia i vari servizi previsti dalla liturgia, in modo che sia la famiglia a celebrare il Giorno del Signore.

 

  1. per una catechesi formato famiglia

È necessario che gli itinerari di catechesi e di formazione non viaggino in modo parallelo e settoriale, l’uno staccato dall’altro. Il percorso è uno, ed è quello rivolto alla famiglia. È questa una scommessa che la nostra comunità parrocchiale sta portando avanti dallo scorso anno con i ragazzi e le famiglie del percorso di Iniziazione Cristiana. L’esperienza mostra la positività di realizzare momenti aventi una dimensione intergenerazionale, momenti cioè che coinvolgono la realtà familiare nel suo insieme, nei quali si accompagnano i genitori a riconoscere e ad assumere le proprie responsabilità di educatori nella fede dei figli e – non di rado – i figli stessi diventano “maestri” nella fede dei loro genitori. L’attenzione speciale a tutta la famiglia nel suo insieme è molto concreta e punta sulla valorizzazione e sull’educazione ad apprezzare le cose belle e positive ovunque si trovino. Negli incontri di formazione, che avvengono durante gli orari della catechesi, genitori e figli, in luoghi separati, affrontano la stessa tematica, i cui risultati vengono condivisi nel momento conclusivo ogni attraverso tecniche che aiutiamo i genitori ad esprimersi davanti ai figli e viceversa. L’intento è quello di aiutare la famiglia a diventare luogo dove si fa comunione non solo fisicamente, umanamente e socialmente, ma anche cristianamente: cioè, un luogo dove si parla di Cristo, lo si prega insieme, si vivono i valori evangelici.

 

Proposte:

–                 Adoro il Martedì: breve momento di preghiera per giovani e famiglie sul Vangelo della Domenica, alle ore 20.00.

–                 Lectio divina in famiglia: Incontri sul vangelo da leggere in chiave domestica. Tre incontri da tenersi nella Comunità parrocchiale con la presenza delle famiglie.

–                 Curare sul mensile Filodiretto la rubrica dal tema: Le parole del papa nell’Amoris laetitia.

–                 Catechesi intergenerazionale tra genitori e figli dell’iniziazione cristiana.

–                 Organizzare una gita con i genitori e bambini di seconda elementare e un pellegrinaggio al Miracolo Eucaristico di Lanciano con i genitori e i bambini di quarta elementare, prossimi alla Prima Comunione.

–                 Attivare il percorso di preparazione al matrimonio coinvolgendo in due incontri (quello iniziale e finale) le famiglie d’origine.

–                 Continuare il percorso di fede e di cultura attraverso le Cattedrali, cercando di coinvolgere di più la partecipazione delle famiglie.

 

  1. 3.                  per una carità formato famiglia

La carità nella famiglia riguarda innanzitutto l’amore reciproco tra i coniugi e tra i genitori e i figli e poi, come suo prolungamento, l’amore verso tutti, con attenzione preferenziale alle persone in situazione di necessità. La famiglia, infatti, può essere destinataria ma anche protagonista dell’attività caritativa.

In una “cultura dello scarto” – come ci richiama sovente il Papa – che sembra diventare sempre più dominante per la poca considerazione che si ha della vita umana, di grandi egoismi e di indifferenza, educare alla carità significa anzitutto riconoscere che “Dio è amore” e in Lui ogni uomo è un dono. Far comprendere che la più grande carità che possiamo scambiarci è l’incontro con Gesù Cristo per scoprire nel suo volto quello dei poveri e trasmettere il rispetto per la dignità verso ogni vita umana, è compito che i genitori adempiranno se loro stessi avranno una mentalità di carità. La carità ha come primo principio il riconoscimento dell’altro, ancor prima del suo bisogno. La carità è anche relazione, vale a dire entrare in contatto con le persone senza pregiudizi e riserve. La carità, inoltre, è responsabilità che apre all’azione non soltanto per colmare i bisogni, quanto per accogliere l’altro e i suoi bisogni con la capacità di chi risponde facendosene carico con amore. Questa è la conversione pastorale necessaria. Infine formare alla carità significa non soltanto avere attenzione ai poveri, ma lasciarsi evangelizzare dai poveri (cf Evangelii Gaudium, 198), che diventano nostri maestri, per cui il rapporto con loro è un dono reciproco. Chi di noi lo ha praticato, sa quanto ha imparato dai poveri. Al riguardo dobbiamo fare un grande passo avanti: dal “fare qualcosa per i poveri”, ad “accogliere”, e “condividere”.

 

Proposte:

–          Incontro animato dal Gruppo Caritas con le famiglie della catechesi per renderli partecipi dell’attenzione della parrocchia ai poveri.

–          Invitare le famiglie a tessere relazioni con le famiglie povere, superando l’idea che la carità in parrocchia la fanno le signore della Caritas.

–          Organizzare momenti conviviali dove sono presenti anche i poveri così da favorire conoscenze e amicizie.

–          Sottoscrivere adozioni a distanza con le famiglie e i ragazzi della catechesi

–          Programmare un servizio di accompagnamento per permettere ad alcuni anziani o malati di partecipare di tanto in tanto alla S. Messa domenicale.

–          Novene dell’Immacolata e di Natale, nonché Via crucis da animare a casa di alcuni ammalati e anziani.

 

conclusione

Il cammino pastorale di quest’anno può sembrare ambizioso e impegnativo perché richiede idee chiare, pazienza, disponibilità e un minimo di preparazione. Che non sempre ci sono. Non per questo dobbiamo cedere alla rassegnazione; al contrario, la nostra parrocchia accetta la sfida, punta in alto, crede che pian piano possiamo raggiungere mete ambiziose. Non perdiamoci d’animo. Se il Signore ci affida questa missione, non ci farà mancare la grazia necessaria.

A ciascun componente della grande famiglia parrocchiale sono dedicate le parole della seguente ballata irlandese:

 

Trova il tempo di lavorare, è il prezzo del successo.

Trova il tempo di riflettere, è la fonte della forza.

Trova il tempo di giocare, è il segreto della giovinezza.

Trova il tempo di leggere, è la base del sapere.

Trova il tempo d’essere gentile, è la strada della felicità.

Trova il tempo di sognare, è il sentiero che porta alle stelle.

Trova il tempo per amare, è la vera gioia di vivere.

Trova il tempo d’essere contento, è la musica dell’anima.

Buon cammino!

Don Pietro, il diac. Nando e il Consiglio Pastorale Parrocchiale

 

Il volto misericordioso del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nella vita di Maria e del cristiano

                              Omelia di don Pietro Rubini

Giovinazzo (BA) - Maria SS. di Corsignano 2

nel secondo giorno della Novena in onore di Maria SS.ma di Corsignano

Tutti i giorni dell’anno ci è dato di contemplare nella nostra splendida e suggestiva Concattedrale l’antica icona di Maria SS.ma di Corsignano, che troneggia al centro del presbiterio come per attrarre subito l’attenzione di quanti vi entrano. In questi giorni della novena lo facciamo con maggiore distensione ed intensità, avvertendo su di noi tutta la dolcezza del suo sguardo, tutta la tenerezza del suo sorriso, tutto il calore del suo amore materno.

Cosa vuol dire, per il nostro popolo tanto innamorato di Maria, contemplare il suo volto di madre? È come stare davanti a un dipinto che ha poche pennellate, molto spazio bianco, colori tenui, contorni non totalmente definiti, atmosfera di sacro silenzio.

Davvero quella di Maria è una icona dove tutto è denso di significato, dove tutto invita a trascendere, a lanciarsi verso l’infinito, a fare l’esperienza dell’oltre, a dilatarsi nel bello. E ciò che di più bello c’è da contemplare nella vita della Vergine Maria è proprio il mistero della misericordia di Dio. Maria è colei che conosce più a fondo il mistero della misericordia. Al riguardo papa Francesco nella Bolla di Indizione del Giubileo Straordinario afferma che «Nessuno come Maria ha conosciuto la profondità del mistero di Dio fatto uomo. Tutto nella sua vita è stato plasmato dalla presenza della misericordia fatta carne (…) Il suo canto di lode – prosegue il Santo Padre – sulla soglia della casa di Elisabetta, fu dedicato alla misericordia che si estende “di generazione in generazione” (Lc 1,50). Anche noi eravamo presenti in quelle parole profetiche della Vergine Maria» (MV 24). Ecco, dunque il motivo per cui nell’antifona Salve Regina noi invochiamo Maria come Mater Misericordiae.

Sarebbe, tuttavia, importante da parte nostra non pronunciare mai superficialmente la parola misericordia, quasi ne avessimo fatto l’abitudine.

Tutte le volte che noi udiamo la parola misericordia è come se ascoltassimo le pulsazioni del cuore di Dio. Tra i gesti più intimi e più commoventi in una famiglia quando si è in attesa di un figlio c’è quello di scrutare i segni della sua presenza nel corpo della mamma. Si comincia col notare il gonfiore del suo ventre e, col progredire dei mesi di gestazione, si avvertono persino i primi movimenti, magari i sussulti della nuova vita. È sempre emozionante percepire questi segni di presenza: il papà, i parenti, gli amici toccano delicatamente la pancia della mamma e sorridono, attendono, cominciano ad immaginare come sarà e a chi somiglierà la nuova creatura. Anche a noi sacerdoti capita spesso di benedire il ventre di una madre in attesa. Non per nulla, nella Bibbia, tra le parole che indicano la misericordia di Dio ci sono in ebraico quella di rakhamìm e in greco quella di splanchnà: ambedue indicano il grembo materno. È come se ci venisse detto che sentire la misericordia vuol dire percepire la pulsazione del cuore di Dio! Proprio come si sentono le pulsazioni di una creatura quando ancora è nel ventre materno.

A pensarci bene i termini “misericordia” e “donna” sono indissolubilmente legati, perché la misericordia per eccellenza è quella che si realizza nel grembo di una donna, quando accoglie in sé una nuova vita. Noi tutti viviamo perché una donna, un giorno, ci ha detto il suo “sì”, ci ha ricevuto e accolto nel suo grembo, ci ha offerto e ci ha fatto vivere della sua misericordia. Noi tutti viviamo grazie alla misericordia di una donna. Pensiamo, in questo momento, alle nostre mamme e al loro atto di misericordia nei nostri riguardi quando ci hanno accolto nel loro grembo. Ebbene Maria è madre di misericordia innanzitutto perché accoglie nel suo grembo il Figlio di Dio. Davanti a lei, Dio si inchina e attende il suo “sì”, attende la misericordia primordiale che solo lei può accordargli: un grembo in cui farsi carne. Dio ha guardato l’umile sua serva e Maria è misericordiosa con Dio, lo accoglie, e così può diventare “madre di misericordia” anche per noi. Di questo si tratta anche per noi: di essere misericordiosi con Dio, di accoglierlo, compiendo la sua volontà, come ci dice Gesù nel Vangelo (cf. Mc 3,35). Forse, poi, saremo più misericordiosi anche gli uni con gli altri. La misericordia assoluta è accogliere Dio, essergli madre, come Maria, aiutarlo a incarnarsi nelle nostre famiglie, nelle nostre strade, nelle nostre piazze, in questa nostra città a volte distratta, nelle nostre stesse comunità parrocchiali. È importante che l’incarnazione della misericordia di Dio avvenga proprio qui, nei luoghi della vita quotidiana, dove tante volte ci si comporta come se Lui non ci fosse, come se Lui non parlasse al nostro cuore, come se Lui non agisse, tanto ci sentiamo superbi e presuntuosi, più rivali che fratelli tra di noi, più decisi a giudicare e condannare che a perdonare, o – come dice il nostro papa – più pronti «a parlar male del fratello fino a compromettere la sua reputazione e lasciarlo in balia della chiacchiera che a saper cogliere ciò che di buono c’è in ogni persona e non permettere che abbia a soffrire per il nostro giudizio parziale e la nostra presunzione di sapere tutto» (MV 14). Cerchiamo, allora, di non fermare il cuore misericordioso del Padre che palpita dentro di noi, cerchiamo di non sfigurare il volto misericordioso di Gesù impresso nel nostro volto, cerchiamo di non bloccare l’arte di usare misericordia a cui lo Spirito Santo ha voluto abilitarci. Così contribuiremo a disseppellire la divina misericordia dai nostri cuori e dai cuori di altri uomini. Ancora adesso, il Misericordioso senza casa cerca casa, e la cerca prima di tutto in me, in te. Tocca a me, tocca a te essere madre di misericordia verso Dio. Come una madre, quando porta in sé il figlio, vive due vite, la sua e quella della creatura che porta in grembo, così anche il credente vive due vite, la sua e quella di Dio, indissolubili. E come il figlio cambia la storia della madre, così ognuno di noi che riceve Dio ne esce trasformato: cambia il modo con cui dà e riceve amore, cambiano gli occhi con cui guarda la vita e le persone, cambiano le parole con cui dice il suo stare al mondo.

Dunque, Maria SS.ma di Corsignano, stasera, ci insegna una nuova prospettiva. Non solo quella di Dio che usa misericordia verso di noi ma anche quella di essere noi misericordiosi con Dio, accogliendolo nella nostra vita come «Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione» (2Cor 1,3). Egli agisce con noi come il vasaio che dinanzi ad un vaso non riuscito bene, rimette l’argilla sul tornio e ricomincia a modellarla (cf Ger 18,2-4). L’immagine bellissima è del profeta Geremia. L’argilla siamo noi e Dio il vasaio. Lui non ci butta mai via, siamo sempre buoni per la sua arte di vasaio. Egli non si arrende davanti alle nostre imperfezioni, ma escogita sempre nuovi modi per rimodellarci secondo il progetto che ha in mente. La miseria dell’uomo non mette fine alla sua creatività misericordiosa. Nessuna nostra situazione è per Lui senza uscita. Per noi è una sciagura lavorare con vasi rotti, ma per Dio non è così, è l’opposto. Noi siamo le anfore rotte di Dio, e lui ci rimette sul tornio e ci lavora di nuovo con la pressione calda e forte delle sue mani per trarre dal nostro nulla cose nuove e impensabili ai nostri occhi. Così facendo Dio ci educa a non arrenderci mai al male, alle sconfitte, ai peccati che sono in ciascuno di noi e negli altri.

Nell’ultima udienza generale, lo scorso mercoledì, papa Francesco rivolgendosi ai pellegrini italiani ha detto che «la misericordia è un cammino che va dal cuore alle mani. Nel cuore, noi riceviamo la misericordia di Gesù, che ci dà il perdono di tutto, perché Dio perdona tutto e ci solleva, ci dà la vita nuova e ci contagia con la sua compassione. Da quel cuore perdonato e con la compassione di Gesù, incomincia il cammino verso le mani, cioè verso le opere di misericordia». E raccontava della bella intuizione di un Vescovo che nella sua cattedrale ha fatto due porte di misericordia di entrata e di uscita. Perché una porta è per entrare, cioè per chiedere il perdono e avere la misericordia di Gesù; l’altra è la porta per uscire e portare la misericordia agli altri, con le nostre opere di misericordia.

Maria, Mater Misericordiae, ci aiuti ad abitare la terra come lei, ricordandoci, ogni volta che entriamo nella nostra Concattedrale, della misericordia ricevuta e da restituire.

A Lei, «Arca dell’alleanza tra Dio e gli uomini» (MV 24), rivolgiamo una preghiera particolare per i nostri sacerdoti, chiamati ad essere «segno del primato della misericordia» (MV 17), senza dimenticare gli anziani e i giovani, quanti sono nella sofferenza e tutti coloro che a noi si raccomandano. Per tutti, anche per quanti, parenti e amici, sono deceduti in questo anno, invochiamo l’intercessione della Vergine Santa. Maria, Mater Misericordiae, ora pro nobis.

 

Giovinazzo, 12 agosto 2016

Sac. Pietro Rubini

Un tempo per il corpo e per lo spirito. Messaggio del Vescovo Domenico Cornacchia in occasione delle vacanze estive 2016 Nella “Domenica del mare” 2016

In occasione della “Domenica del mare”, che dal 1975 si celebra nella seconda domenica di luglio, il Vescovo Mons. Domenico Cornacchia firma un messaggio di benvenuto e di accoglienza, in questo tempo estivo, rivolto a tutta la comunità e in particolare a quanti – turisti, emigranti, lavoratori…- trascorrono parte dell’estate sui territori della Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi. Il suo pensiero si rivolge anche a chi, per diverse ragioni, non può godere di vacanze o ferie.
Il testo, riprodotto su un cartoncino e su locandine, sarà diffuso nelle parrocchie e nei luoghi di maggiore frequenza e attrazione turistica delle quattro città. Potrà anche essere riprodotto autonomamente dai file allegati.

«Carissimi,
la “domenica del mare”, chiamata così dal 1975 la seconda domenica di luglio, è occasione propizia per rivolgere il mio saluto accogliente a quanti in queste settimane trascorrono nei territori di Molfetta, Ruvo di Puglia, Giovinazzo, Terlizzi, un periodo di distensione e di vacanza.
Benvenuti a tutti e a ciascuno nella nostra terra accogliente, ricca di arte, cultura, tradizioni e laboriosità! Tanto il mare delle nostre città costiere quanto i percorsi naturalistici della Murgia, i quattro centri storici con i Musei e le Cattedrali (e in esse la Porta Santa della Misericordia), le sagre e le feste di quartiere… siano per ciascuno spazi in cui riscoprire quel senso del bello, capace di ristorare il corpo e lo spirito, e della festa, autentica espressione di relazioni vere. Paolo VI affermava che “Il turismo non arricchisce in un senso unico, ma in senso reciproco: giova agli ospiti e agli ospitanti”.
Lungi dall’essere un tempo di fatua distrazione o di frenesia altrettanto affannosa e stancante come il tempo ordinario, quello delle vacanze sia realmente occasione di riposo e – perché no? – anche di crescita spirituale, condividendo l’Eucaristia nelle comunità ecclesiali dei territori in cui ci si trova.
Saluto con affetto tutti gli emigranti che in queste settimane tornano nei rispettivi paesi, soprattutto in occasione delle feste patronali, per rinsaldare quei legami affettivi che non conoscono lontananza di tempo e di spazio. Sentitevi sempre a “casa vostra”!
Proprio perché «giornata del mare» non posso non rivolgere il mio pensiero alle migliaia di persone che vivono per buona parte dell’anno sulle navi, ai concittadini che lavorano sui nostri pescherecci facendo fronte ad una preoccupante crisi del settore, a quanti godono della bellezza del mare nei luoghi di vacanza, sui lidi balneari, e a coloro che vigilano sulla loro sicurezza.
Il mare, purtroppo, è anche scenario di tristezza e di morte per le migliaia di profughi e migranti che fuggono dalla povertà, dalle ingiustizie e dalle guerre dei loro Paesi, affidando ad esso il loro destino, la vita come la morte. Il nostro pensiero e il nostro impegno verso di loro non possono “andare in ferie”!
Non possiamo ignorare quanti non conoscono ferie perché infermi o anziani; chi è impegnato nel lavoro, soprattutto in questo periodo, e chi non ha lavoro e non può permettersi spese ulteriori rispetto alle necessità quotidiane e quindi restano in città.
Coloro che hanno la fortuna di godere un meritato benessere sentano l’esigenza di condividere come e quanto possono con chi fa più fatica; non si può essere felici da soli!
Il mio pensiero grato va ai volontari, della Caritas come di altre organizzazioni, che anche in questo periodo estivo assicurano accoglienza e assistenza a chi ne ha bisogno, e alle Autorità civili e militari chiamate a offrire opportunità di sana aggregazione e di sicurezza per tutti. Per ogni cosa rendiamo lode al Signore!
A tutti e a ciascuno il mio affettuoso e fraterno augurio!»

+ don Mimmo Cornacchia, Vescovobrochure_messaggio-page-001brochure_messaggio-page-002

SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI S. MESSA CITTADINA PRESIEDUTA DA DON PIETRO RUBINI E ANIMATA DALLA PARROCCHIA DI S. DOMENICO

INTRODUZIONE ALLA S. MESSA

            Cari Fratelli e Sorelle,

non senza emozione e trepidazione presiedo per la prima volta la Solenne celebrazione del Corpus Domini.

Sono lieto di rivolgere il mio saluto fraterno a tutti voi, accorsi numerosi dalle varie comunità della nostra città per vivere insieme questo alto e significativo momento di Comunione ecclesiale.

Rivolgo un cordiale saluto al signor Sindaco e alla Giunta Comunale, alle Autorità Civili e Militari, ai cari confratelli sacerdoti, ai diaconi, alle religiose e ai religiosi, alle Associazioni laicali, alle Confraternite, in particolare all’Arciconfraternita del S.S. Sacramento che ogni anno, con la parrocchia di turno – questa volta la parrocchia di S. Domenico – si prende cura dell’organizzazione di questa festa.

Il pensiero affettuoso va inoltre ai bambini che quest’anno si sono accostati per la prima volta alla S. Comunione, a tutti gli ammalati che dai luoghi del dolore partecipano al sacrificio di Cristo, al coro parrocchiale che anima la celebrazione.

A proposito dell’Eucaristia, il Santo curato d’Ars amava dire ai suoi parrocchiani: «Venite alla comunione… È vero che non ne siete degni, ma ne avete bisogno». Con la consapevolezza di essere inadeguati a causa dei peccati, ma bisognosi di nutrirci dell’amore che il Signore ci offre nel sacramento eucaristico, rinnoviamo questa sera la nostra fede nella reale presenza di Cristo nell’Eucaristia.

Prima, però, chiediamo umilmente perdono per le tante volte che ci siamo assentati dall’Eucaristia domenicale o vi abbiamo partecipato con superficialità e distrazione.

 

OMELIA

L’amore arricchisce, la chiusura ammuffisce 

Quest’anno la Solennità del Corpus Domini ha un significato tutto particolare dal momento che viene celebrata nel contesto del Giubileo Straordinario della Misericordia. Leggendo da questa prospettiva il vangelo odierno ci si accorge subito che la misericordia di Gesù nei confronti della folla che lo ha seguito fino «in una zona deserta» è molto di più che un nobilissimo sentimento umano: prima di moltiplicare e distribuire il pane, Gesù sta in mezzo alla gente, l’accoglie, le parla del regno di Dio, la cura, guarendo quanti ne avevano bisogno (cf Lc 9,11b). Egli, infatti, deve aver pensato: «A che serve dare il pane se prima non c’è una parola, cioè un senso e un ideale, accompagnata da qualche gesto di tenerezza per cui vale davvero la pena vivere, stare insieme e condividere gioie e speranze?».

Cari fratelli e sorelle, noi questa sera siamo la folla che si ritrova attorno a Gesù per affidargli speranze, sogni, invocazioni; noi questa sera siamo la folla che attende da Gesù qualcosa che possa finalmente cambiare la nostra vita. E perché possiamo renderci conto che quanto abbiamo ascoltato si sta realizzando ora, ancora una volta, sotto i nostri occhi, in questa Eucaristia, provo a rileggere insieme con voi alcuni dettagli che costituiscono la trama del racconto evangelico.

Vorrei in primo luogo sottolineare quanto si legge nella conclusione: «Tutti mangiarono a sazietà» (Lc 9, 17). «Tutti». È importante quel «Tutti». È infatti desiderio del Signore che ogni essere umano si nutra dell’Eucaristia, perché l’Eucaristia è per tutti. Se nel Giovedì Santo viene posto in evidenza lo stretto rapporto che esiste tra l’Ultima Cena e il mistero della morte di Gesù in croce, quest’oggi, festa del Corpus Domini, si richiama l’attenzione sul fatto che Cristo si è immolato per l’intera umanità. Tra poco, il Suo passaggio fra le case e per le strade della nostra Città sarà per tutti un’offerta di gioia, di vita immortale, di pace e di amore. Un’offerta sproporzionata rispetto a quanto riusciamo a corrispondere, proprio come è sproporzionata la quantità del pane moltiplicato rispetto alle reali esigenze della folla affamata. La sproporzione è la misura di Dio. Lui dona molto di più di quanto noi gli diamo o gli chiediamo.

C’è poi un secondo elemento che salta all’occhio: Gesù chiede ai discepoli di far sedere la folla «a gruppi di cinquanta circa» (Lc 9, 14). In realtà il termine greco Klisìas, che usa il Signore, ricorda il modo in cui noi diremmo “in tavole da” cinquanta persone. Sì, avete compreso bene. Dovremmo immaginare su quella grande distesa tante tavole da 50 invitati in mezzo alle quali viene messo il cibo, di cui tutti via via si servono. Questa tavola, immagine del Regno, richiama la forza includente dell’Eucaristia, che trasforma la moltitudine in gruppi di comunità, dove le differenze non si azzerano ma si compongono in una sinfonia di colori vivaci senza alcun bisogno di “contare” i bambini o gli anziani, perché essi sono automaticamente inclusi. Purtroppo, le statistiche attuali considerano i bambini e gli anziani, ma anche i giovani, i disoccupati, gli immigrati, i malati, categorie a sé stanti. I numeri del Signore, invece, sono differenti. Lui mira alla comunità e alla solidarietà. Lui vede «tavole da cinquanta», gruppi di familiari e amici, come quelli che si riuniscono alle feste. Pare di capire che oltre alla fame fisica, Gesù voglia soddisfare anche la fame di socialità, di fiducia reciproca, di bellezza, cioè di tutti quei valori senza i quali verrebbe a mancare la gioia di vivere. Opportunamente qualcuno ha fatto la seguente osservazione: «Che cosa c’è di più bello di una riunione di amici veri attorno a una buona tavola? È il miele della vita». Gesù sogna una società conviviale dove tutti possano gustare il miele della vita. È da lì che il Signore parte per organizzare la sua chiesa: comunità fatta di gente di ogni estrazione sociale, ma armoniosa, ordinata e festosa. E da questo concetto dobbiamo partire anche noi per organizzare le nostre parrocchie, i nostri quartieri, la nostra città.

C’è, allora, come una logica da apprendere. Quella logica, la stessa, che il Maestro insegna ai suoi discepoli sul grande prato verde. Essi, pur sensibili al fatto che si stava facendo tardi per quella gente, trovano come unica soluzione che ognuno torni nei villaggi vicini a procurarsi del cibo. È la logica dell’individualismo: “ognuno pensi per sé, acquisti e consumi”; e di conseguenza è la logica del congedare. Se Gesù avesse ceduto a questa vecchia logica, avrebbe giustificato la terribile separazione che si perpetua ormai da secoli, quella di spezzare insieme il cibo spirituale e di provvedere ciascuno per conto proprio al pane materiale: inaccettabile schizofrenia che vede da una parte la logica di condivisione per il pane spirituale e dall’altra parte la logica di appropriazione per quello materiale. Ma ecco la controproposta di Gesù: «Voi stessi date loro da mangiare». Una logica alternativa, che sembra iscritta nel pane: mettere insieme quel poco che si ha a disposizione perché Lui lo trasformi in dono d’amore per tutti. È il miracolo delle “mani vuote”, come lo definiva lo scrittore francese, George Bernanos. Le mani vuote sono quelle di chi ha donato a Gesù i cinque pani e i due pesci, permettendogli di moltiplicarli. Allora ciò che conta non è il «quanto» ma il «dove». Quei cinque pani e due pesci non sono niente se trattenuti nelle nostre mani, ma possono diventare molto se messi nelle mani di Gesù. Posso avere poco, ma se è messo nelle mani di Dio è moltiplicato all’infinito. Posso avere molto, ma se lo tengo sottochiave è destinato ad ammuffire. È così: l’amore arricchisce, la chiusura ammuffisce. A questo punto viene naturale pensare che in quel pane distribuito ai cinquemila era come se fosse rimasto, oltre il profumo del pane, anche il profumo di chi aveva dato i cinque pani e i due pesci, il profumo di quel gesto d’amore. È proprio vero! Un pane senza amore è sconsacrato, come un’Eucaristia senza il profumo dell’amore, senza il profumo del pensiero per gli altri, senza una preoccupazione per gli altri che giunga a qualche forma di condivisione, è sconsacrata. Come se fosse derubata dalla benedizione di Dio. Da qui il valore sociale dell’Eucaristia, che non solo è alimento e sostegno per il nostro cammino nella storia, ma anche spinta per rendere più fraterni i nostri rapporti, per umanizzare la cultura e la vita di oggi. La festa odierna mette in risalto il valore centrale e fondamentale dell’Eucaristia nella vita della Chiesa e dei cristiani. Alla scuola dell’Eucaristia tanti cristiani, prima di noi, sono diventati «cittadini degni del Vangelo». Impariamo anche noi ad esserlo: cittadini presenti, coerenti e competenti. Presenti, e quindi partecipi alla vita della città senza delegare gli altri al posto nostro; coerenti con quella tensione interiore verso la santità che dovremmo mostrare sia nella vita privata che pubblica; competenti nei servizi che svolgiamo per la collettività e non superficiali e approssimativi.

Carissimi, quando tra poco ripeteremo il Padre Nostro, la preghiera per eccellenza, diremo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, pensando naturalmente al pane d’ogni giorno per noi e per tutti gli uomini. Questa domanda, però, contiene qualcosa di più profondo. Il termine greco epioúsios, che traduciamo con “quotidiano”, potrebbe alludere anche al pane “sopra-sostanziale”, al pane “del mondo a venire”. Alcuni Padri della Chiesa hanno visto qui un riferimento all’Eucaristia, il pane della vita eterna, del nuovo mondo, che ci è dato già oggi nella Santa Messa, affinché sin da ora il mondo futuro abbia inizio in noi. Grazie all’Eucaristia, dunque, il cielo viene sulla terra, il domani di Dio si cala nel presente e il tempo è come abbracciato dall’eternità divina. Tutte le volte che celebriamo l’Eucaristia, sia così sempre per me e per ciascuno di voi. Amen

 

Vostro, don Pietro

 

BREVE PENSIERO AL TERMINE DELLA PROCESSIONE 

Il Signore, passando per le strade, ha benedetto la nostra Città, le nostre case, le nostre famiglie. Lui ci provoca a non tenerlo prigioniero nelle nostre chiese. Lui non bussa dall’esterno per entrare, ma dall’interno per uscire, come a più riprese sta dicendo papa Francesco. Nessun cittadino abbia paura: Gesù non viene a toglierci nulla, ma a donarci tutto, come spesso amava ripetere papa Benedetto. Fare di Cristo il cuore della Città non significa amputare quanto di umano ci qualifica, ma eliminare quanto di disumano ci rattrista. Preghiamo allora perché Gesù venga ad abitare tra di noi e resti con noi per sempre.

Approfitto di questo momento per esprimere a tutti voi, nessuno escluso, la più sincera gratitudine per la partecipazione e la collaborazione. Grazie e buona serata.

 

Giovinazzo, 29 maggio 2016