Lavoro nero e sottopagato, contratti ingiusti: illegale e moralmente illecito

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«Chi accumula ricchezze con sfruttamento, lavoro in nero, contratti ingiusti, è una sanguisuga che rende schiava la gente». Lo ha detto Papa Francesco nella sua omelia mattutina a Santa Marta lo scorso 19 maggio. «Il sangue di chi è sfruttato nel lavoro  è un grido di giustizia al Signore. Lo sfruttamento del lavoro, nuova schiavitù, è un peccato mortale – ha sottolineato il Papa -. Le ricchezze in se stesse sono buone, ma sono relative. Vanno messe al giusto posto». In effetti, quella del lavoro nero e dei contratti ingiusti, come anche del lavoro sottopagato, sono alcuni degli aspetti più aberranti della nostra società contemporanea (quasi 3 milioni di lavoratori in nero in Italia, 100 miliardi di Pil irregolare pari al 6,5% del Pil nazionale).

È bene evidenziare che il lavoro in nero, comprese tutte le forme di sfruttamento del lavoro (contrati ingiusti o lavoro sottopagato), oltre che illegale, è anche moralmente illecito perché, sottraendosi al pagamento delle giuste tasse, contravviene al settimo comandamento (non rubare), e se fatto con piena avvertenza e deliberato consenso, costituisce anche peccato mortale.

«Non è digiuno non mangiare la carne, ma litigare e sfruttare gli operai – le parole del Pontefice alle soglie della Quaresima del 2015 – Andare a messa e fare la comunione non è sufficiente, se un fedele non si pone poi delle domande. “Com’è il rapporto con i tuoi dipendenti? Li paghi in nero? Paghi il salario giusto? Versi i contributi per la pensione?”»

Il tema del lavoro è da sempre al centro del pontificato di Francesco. A Cagliari, nel suo secondo viaggio in Italia dopo l’elezione, incontrando i tanti disoccupati e cassa integrati Bergoglio condannò «il lavoro disumano, il lavoro schiavo, il lavoro senza la giusta sicurezza», sottolineando che «non portare il pane a casa vuol dire non avere dignità». Più volte Francesco ha denunciato che ci sono «milioni di uomini e donne e addirittura bambini schiavi del lavoro. Questo è contro Dio e contro la dignità della persona umana». Nei suoi moniti contro lo sfruttamento delle persone, il Papa ha sempre avuto una particolare attenzione per le donne «troppe volte licenziate perché incinte» e vittime di una «scandalosa disparità di retribuzione».

In effetti, i cristiani dovrebbero manifestare una particolare attenzione anche alla dimensione del lavoro. Questo ci consentirebbe di rimettere in dialogo la fede con la vita quotidiana: il Concilio Vaticano II insegna che il laico battezzato è uno che è responsabile della missione della Chiesa e dell’annuncio del Vangelo, in forza del suo battesimo, ogni giorno della sua vita. Perciò, chi prende sul serio la fede la mette in dialogo con tutto ciò che fa parte della sua vita (amicizia, soldi, rapporti coniugali, sessualità, lavoro): ecco perché bisogna avere più attenzione al lavoro, educandoci ed educano i ragazzi, gli adolescenti, i preadolescenti ed i giovani a coltivare questa sensibilità.

Inoltre, la realtà umana del lavoro è una realtà che allude a Dio: se è vero che Dio lavora e riposa, è vero che Dio ha a cuore le realtà quotidiane e la vita dell’uomo. Dunque, nulla è senza significato: il lavoro dev’essere ricompreso nella prospettiva del Regno di Dio. Ciò vuol dire che il lavoro ha sì una dimensione esistenziale (il lavoro nella vita della persone) e sociale (il lavoro nella società), ma va inserito anche nella prospettiva cristiana della vita, proprio come indicato dall’Enciclica «Laborem exercens» (San Giovanni Paolo II, 1981).

Il mondo del lavoro interpella la Chiesa, dunque, e la Chiesa interpella il mondo del lavoro. È utile rileggere, pertanto, un passaggio del discorso di San Giovanni Paolo II durante la sua visita pastorale a Terni nel 1981: «Il cristianesimo e la chiesa non hanno paura del mondo del lavoro. [Il Papa] Si è accorto e si è convinto di quanto profondamente nel Vangelo sia incisa la problematica contemporanea del lavoro umano. Come sia impossibile risolverla fino in fondo senza il Vangelo. […] La chiesa non può essere estranea o lontana da questi difficili problemi; non può staccarsi dal “mondo del lavoro” perché proprio il “vangelo del lavoro” è iscritto organicamente nell’insieme della sua missione. […] La chiesa ha tante cose da dire all’uomo del lavoro […] nelle questioni fondamentali. E si tratta di una parola “impegnativa”. Se essa viene a mancare e se non è messa in pratica, allora manca la vera pietra angolare in tutta la gigantesca costruzione della tecnica moderna, dell’industria e dei vari settori con cui è connesso il lavoro umano».

di Marcello la Forgia

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