“In ascolto della Sua Parola”, catechesi online: la cacciata dei mercanti dal tempio

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Dal Vangelo secondo Giovanni (2, 13-215)
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Catechesi di don Pasquale Rubini
È questo uno dei passi del Vangelo di Giovanni più conosciuto: Gesù caccia i mercanti (venditori di animali e cambiavalute) dal tempio di Gerusalemme. Sembrerebbe un atteggiamento  un po’ inconsueto da parte di Gesù che è sempre buono e misericordioso: alcuni hanno definito erroneamente questo comportamento come ira. In Gesù, però, non può sussistere macchia alcuna ne tantomeno l’ira, figlia della superbia che è impronta satanica: allora perché questa veemenza e queste percosse abbattutesi sui mercanti con un flagello a nove cordicelle? Perché a volte necessita essere decisi e nel nome di Dio scacciare con violenza d’ardore e di giustizia, satana, che si annida subdolo sotto una ingannevole apparenza innocente.
Gesù, perciò, si manifesta anche nella sua  fortezza, animato dallo zelo della casa del Signore, così come è scritto nel salmo n. 68: «Poiché mi divora lo zelo per la tua casa, ricadono su di me gli oltraggi di chi ti insulta». Il suo è un amore ardente, un amore infuocato per il tempio di Dio, per la casa di Dio: l’atteggiamento di Gesù non è di rabbia o di ira, Gesù manifesta lo spirito di fortezza che abita in lui e, attraverso questa azione profetica, vuole dimostrare a tutti che il tempio di Dio è il luogo, il tempo, lo spazio per poter realizzare una comunione profonda con il Padre celeste, con il Signore, con Jahvè.
Il riferimento al salmo n.68 è preceduto da un verbo, “ricordare”. Questo verbo non è riferito alla memoria passata, ma è, invece, il verbo della memoria che si rende presente: è la figura del memoriale così come avviene durante la celebrazione eucaristica, quando celebriamo il memoriale della Pasqua del Signore, per cui un evento passato è ripresentato in maniera misteriosa ma reale sull’altare e in tutte le azioni liturgiche della Chiesa.
Dunque, la salvezza, che è il suo corpo di Gesù, il corpo eucaristico, è presente in mezzo agli uomini: è Lui il vero tempio, è lui il luogo dell’unione tra Dio e l’umanità, è Lui il corpo di Cristo che sarà umiliato e glorificato nella Pasqua. Infatti, in questo Vangelo, quando si riferisce al tempio, Gesù afferma: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Coloro che lo ascoltavano pensavano al tempio, al grande tempio costruito in tanti anni durante il regno di Erode: Gesù, invece, indicava il “tempio del suo corpo” e, proprio per questo motivo, questo passo del Vangelo si conclude con il ricordo degli apostoli dopo la resurrezione di Gesù («Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù»). Solo allora gli apostoli compresero che Gesù si stava riferendo al tempio del suo corpo.
È evidente che la Pasqua illumina tutta la vicenda umana e divina del Signore: le sue parole sono da un lato parole umane, ma dall’altro sono parole che parlano di Dio e che donano Dio, perché Gesù è vero Dio e vero uomo.
Se Gesù si riferisce al tempio del  suo corpo, al suo corpo glorioso, l’unione con  Dio, nel mondo di oggi e di sempre, può concretizzarsi solamente grazie alla mediazione del corpo di Cristo, del corpo glorioso di Cristo, il cui prolungamento è il corpo mistico e glorioso della Chiesa, in cui Gesù continua a vivere. La chiesa manifesta nella sua semplicità e nella sua povertà la grandezza di Dio: se la Chiesa è il corpo glorioso e mistico di Cristo, tutti i cristiani devono essere uniti, proprio perché sono parte attiva di un’unica grande famiglia in cui Gesù è il capo e tutti sono paragonati a delle membra. Come i cristiani beneficiano della Sua grazia della Sua gloria, della Sua pace, della Sua bontà, della Sua misericordia, così le membra hanno il dovere di aiutarsi vicendevolmente: perciò tutto il bene che facciamo, come anche il male, è sempre un bene sociale e un male sociale.
Nella chiesa, che è il corpo di Cristo, cosi come afferma Paolo, è presente vivente un’altra grande realtà: il corpo reale del Signore, cioè il Corpo Eucaristico. È nell’Eucarestia che noi tocchiamo, mangiamo, adoriamo, sperimentiamo e celebriamo tutta la potenza del Signore. E attraverso questo segno sensibile della Grazia, questo sacramento e mistero della fede per eccellenza, che noi partecipiamo alla pienezza della gloria di Dio: Cristo entra in noi e ci trasforma in lui.
La nostra vita, vissuta per e con Gesù, diventa un inno di lode, di ringraziamento al Padre Celeste, diventa eucarestia: questo avviene mediante il nostro corpo che è la sede del Signore, che è il tempio dello Spirito Santo, strumento con cui ci relazioniamo con il mondo e anche con Dio.
Perciò, la persona umana, questo essere duale di anima e di corpo, entrambe create da Dio, non sono due realtà separate, così come affermava Cartesio: bensì, anima e corpo sono una sola entità. L’uomo è uno, ma la sua interiorità si manifesta nella corporeità e la corporeità influisce sulla spiritualità. Ecco perché bisogna curare il corpo e l’anima: entrambi sono grande dono del Signore.
Essendo la Chiesa corpo glorioso di Cristo, ogni cristiano è chiamato a toccare, con misericordia, carità e senza paura, la “carne di Cristo”, la carne sofferente di Cristo: i poveri, gli ammalati, coloro che vivono nella disperazione, coloro che vivono senza Dio, coloro che vivono lontani da questa grande gioia, da questo grande Amore.
Infatti, i cristiani, sull’esempio del Papa e dei Santi della Chiesa, non si vergognano mai di sovvenire alle necessità del prossimo, sapendo che, soccorrere ed usare misericordia verso il prossimo, il povero, l’ammalato,  significa andare incontro al Signore che dice “ho sete, ho sete del tuo amore, ho sete della tua presenza, ho sete della tua vita”, sapendo che ciascuno di noi ha sete di lui. Pertanto, se vogliamo saziare la nostra fame e sete d’amore di felicità, è necessario uscire da noi stessi per andare incontro al prossimo e toccare le membra sofferenti di Cristo, perché quelle membra possano sanare le ferite che ciascuno di noi si porta nel cuore.

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I domenica di Quaresima: Le tentazioni di Gesù nel deserto

II domenica di Quaresima: La trasfigurazione di Gesù

III domenica di Quaresima: La Cacciata dei mercanti dal tempio

IV domenica di Quaresima: Nicodemo, il serpente innalzato e Gesù Crocifisso

V domenica di QuaresimaQuando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me

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