Catechesi, IX e X Comandamento: la sintesi della Legge di Dio

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Sono la sintesi di tutti i Comandamenti e focalizzano l’attenzione dell’uomo sulle intenzioni, ovvero la “modalità” con cui cerchiamo di soddisfare un certo desiderio di natura materiale ed emotiva, spirituale e/o fisica. Infatti, Nono e Decimo Comandamento – che sono, in realtà, un unico precetto – permettono di riflettere sul «ben desiderare» e sul «desiderare male» rivolto sia alle persone che ai beni (materiali e spirituali). Con la spiegazione e il commento su questi due ultimi Comandamenti, don Pasquale, parroco della Parrocchia san Bernardino, ha chiuso il ciclo di catechesi comunitaria (ogni terzo venerdì del mese) dell’anno pastorale in corso che, come il precedente, è stato incentrato sui Dieci Comandamenti.
«Per l’uomo è impossibile non sentire qualcosa, non provare emozioni, altrimenti non sarebbe uomo. Emozioni e passioni sono creature di Dio, purtroppo deturpate e ferite dal peccato e, perciò, devono essere purificate – ha esordito don Pasquale -. Il sentimento, nella sua sostanza, non è buono o cattivo, ma dipende dall’azione da realizzare, dalla volontà della persona». Se il ben desiderare è «un desiderio santo e giusto, segno di una aspirazione più radicale per l’assoluto e la pienezza, in cui la volontà, i sentimenti, le azioni, le intenzioni sono orientate a Dio», il desiderare male «origina dalla concupiscenza che, ferita dal peccato, conduce al disordine morale e fisico».

In particolare, come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica, San Giovanni distingue tre tipi di smodato desiderio o concupiscenza: la concupiscenza della carne (trasforma la persona in un mero oggetto), la concupiscenza degli occhi (rivolta alle cose e i beni spirituali, si manifesta nel credere di avere il potere di un bene, materiale o spirituale) e la superbia della vita (in particolare l’orgoglio, dunque strettamente connesso ai primi tre Comandamenti).
Secondo la tradizione catechistica cattolica, il nono comandamento proibisce la concupiscenza carnale, mentre il decimo la concupiscenza dei beni altrui. La «concupiscenza», nel senso etimologico, può designare ogni forma veemente di desiderio umano. La teologia cristiana ha dato a questa parola il significato specifico di moto dell’appetito sensibile che si oppone ai dettami della ragione umana. L’Apostolo san Paolo la identifica con l’opposizione della «carne» allo «spirito». È conseguenza della disobbedienza del primo peccato e ingenera disordine nelle facoltà morali dell’uomo e, senza essere in se stessa una colpa, inclina l’uomo a commettere il peccato.
«Per l’Apostolo non si tratta di discriminare e di condannare il corpo, che con l’anima spirituale costituisce la natura dell’uomo e la sua soggettività personale – scrive san Giovanni Paolo II, nella Enciclica “Dominum et vivificantem” -. Egli si occupa invece delle opere, o meglio delle stabili disposizioni moralmente buone o cattive, che sono frutto di sottomissione (nel primo caso)oppure di resistenza (nel secondo) all’azione salvifica dello Spirito Santo. Perciò l’Apostolo scrive: “Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 5,25)».

Peraltro, i due comandamenti finali sono paralleli al sesto e al settimo, ha continuato don Pasquale. Infatti, se il nono è rivolto al possesso o alla intenzione di possesso della persona umana, ridotta a un semplice oggetto del desiderio, il decimo si focalizza sui beni altrui. Si legge nella Lettera di Giacomo (1,14-15): «Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concupiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte». Come anche nel Cangelo di Matteo (15,19): «Dal cuore, infatti, provengono propositi malvagi, omicidi, adulteri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie». È evidente che il cuore è la sede della personalità morale.
La lotta contro la concupiscenza carnale passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della temperanza: «Conservati nella semplicità, nell’innocenza, e sarai come i bambini, i quali non conoscono il male che devasta la vita degli uomini» (Erma, “Pastor” 27, 1). Basterebbe anche ricordare la sesta beatitudine che proclama: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). I «puri di cuore» sono coloro che hanno accordato la propria intelligenza e la propria volontà alle esigenze della santità di Dio, in tre ambiti, tra cui esiste un legame molto stretto: la carità,  la castità o rettitudine sessuale,  l’amore della verità e l’ortodossia della fede.
Inoltre, ai «puri di cuore» è promesso che vedranno Dio faccia a faccia e che saranno simili a lui.  La purezza del cuore è la condizione preliminare per la visione. Fin d’ora essa ci permette di vedere secondo Dio, di accogliere l’altro come un «prossimo»: ci consente di percepire il corpo umano, il nostro e quello del prossimo, come un tempio dello Spirito Santo, una manifestazione della bellezza divina.

Dunque, cosa salva l’uomo? La Grazia di Dio, perché con la grazia di Dio, come ha sottolineato don Pasquale, si giunge alla purezza del cuore, mediante la virtù e il dono della castità (la castità permette di amare con un cuore retto e indiviso), la purezza d’intenzione (tenere sempre presente il vero fine dell’uomo), la purezza dello sguardo, esteriore ed interiore(disciplina dei sentimenti e dell’immaginazione, il rifiuto di ogni compiacenza nei pensieri impuri) e la preghiera.
La purezza, però, esige il pudore, parte integrante della temperanza, perché preserva l’intimità della persona: esso consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto ed è, perciò, ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza, regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione. Il pudore, tra l’altro, suggerisce la pazienza e la moderazione nella relazione amorosa, richiede che siano rispettate le condizioni del dono e dell’impegno definitivo dell’uomo e della donna tra loro. Il pudore è modestia: ispira la scelta dell’abbigliamento, conserva il silenzio o il riserbo là dove traspare il rischio di una curiosità morbosa, diventa discrezione.

Il Decimo Comandamento sdoppia e completa il nono: proibisce la cupidigia dei beni altrui, che è la radice del furto, della rapina e della frode, vietati dal Settimo Comandamento. Per di più, a concupiscenza degli occhi, si legge nel Vangelo di Giovanni (2,16) porta alla violenza e all’ingiustizia, proibite dal Quinto Comandamento. Inoltre, l’ultimo comandamento proibisce anche l’invidia (vizio capitale che consiste nella tristezza che si prova davanti ai beni altrui e nel desiderio smodato di appropriarsene, sia pure indebitamente), l’avidità e il desiderio di appropriarsi senza misura dei beni terreni, vietando la cupidigia sregolata, generata dalla smodata brama delle ricchezze e del potere in esse insito. Il Decimo Comandamento esige che si bandisca dal cuore umano.
È necessario sottolineare, come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica, che «non si trasgredisce questo comandamento desiderando ottenere cose che appartengono al prossimo, purché ciò avvenga con giusti mezzi».

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