Catechesi del parroco, il VII Comandamento: cosa proibisce

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Ridurre il VII Comandamento al solo concetto del “non rubare” inteso così come lo percepisce la società contemporanea è davvero riduttivo. Infatti, questo comandamento afferma, innanzitutto, la libertà individuale, sacrale e spirituale della persona che non può mai essere oggetto di schiavitù, non certamente il soggettivismo o il relativismo (si cadrebbe, purtroppo, nella dimenticanza di sé).
Così ha esordito il parroco, don Pasquale Rubini, nella consueta catechesi comunitaria, che si svolge ogni terzo venerdì del mese nella Parrocchia san Bernardino. Oggetto di commento e confronto è stato proprio il VII Comandamento, all’interno di quel percorso formativo e meditativo iniziato lo scorso anno sui Dieci Comandamenti.
Il VIII Comandamento definisce, innanzitutto, la destinazione universale e la proprietà privata dei beni. All’inizio, Dio ha affidato la terra e le sue risorse alla gestione comune dell’umanità, affinché se ne prendesse cura, la dominasse con il suo lavoro e ne godesse i frutti: dunque, i beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano, ma la terra è suddivisa tra gli uomini, perché sia garantita la sicurezza della loro vita, esposta alla precarietà e minacciata dalla violenza. L’appropriazione dei beni è legittima se garantisce la libertà e la dignità delle persone, se rafforza l’aiuto reciproco e consente di soddisfare i bisogni fondamentali, manifestando una naturale solidarietà tra gli uomini.
Perciò, il diritto alla proprietà privata, acquisita o ricevuta in giusto modo, non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità: la destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio.
Chi possiede un bene può essere considerato, come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, un amministratore della provvidenza: deve farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri, e, in primo luogo, con i propri congiunti. I beni di produzione (es. terreni o stabilimenti, competenze o arti) esigono le cure di chi li possiede, perché la loro fecondità vada a vantaggio del maggior numero di persone. Coloro che possiedono beni d’uso e di consumo devono usarne con moderazione, riservando la parte migliore all’ospite, al malato, al povero.
È evidente il rispetto delle persone e dei loro beni: «Il rispetto della dignità umana esige la pratica della virtù della temperanza (approfondisci), per moderare l’attaccamento ai beni di questo mondo – ha aggiunto don Pasquale –, della virtù della giustizia (approfondisci), per rispettare i diritti del prossimo e dargli ciò che gli è dovuto, e della solidarietà (approfondisci), seguendo la regola aurea e secondo l’insegnamento del Signore».

Il VII Comandamento proibisce:

  1. il furto, cioè l’usurpazione del bene altrui contro la ragionevole volontà del proprietario. Non c’è furto se il consenso può essere presunto, o se il rifiuto è contrario alla ragione e alla destinazione universale dei beni. È questo il caso della necessità urgente ed evidente, in cui l’unico mezzo per soddisfare bisogni immediati ed essenziali (nutrimento, rifugio, indumenti, ecc.) è di disporre e di u beni altrui;
  2. il tenere deliberatamente oggetti avuti in prestito o smarriti;
  3. la frode nel commercio;
  4. il pagamento di salari ingiusti;
  5. la speculazione sui prezzi;
  6. la corruzione;
  7. la cattiva esecuzione dei lavori commissionati;
  8. la frode fiscale;
  9. la contraffazione;
  10. le spese eccessive e lo sperpero;
  11. il danneggiamento di proprietà private o pubbliche.

Inoltre, come ha aggiunto il parroco, «le promesse devono essere mantenute e i contratti rigorosamente osservati nella misura in cui l’impegno preso è moralmente giusto» e «in forza della giustizia commutativa, la riparazione dell’ingiustizia commessa esige la restituzione al proprietario di ciò di cui è stato derubato».
Gesù fa l’elogio di Zaccheo per il suo proposito: «Se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19,8). Coloro che, direttamente o indirettamente, si sono appropriati di un bene altrui, sono tenuti a restituirlo, o, se la cosa non c’è più, a rendere l’equivalente in natura o in denaro, come anche a corrispondere i frutti e i profitti che sarebbero stati legittimamente ricavati dal proprietario. Allo stesso modo hanno l’obbligo della restituzione, in proporzione alla loro responsabilità o al vantaggio avutone, tutti coloro che in qualche modo hanno preso parte al furto, oppure ne hanno approfittato con cognizione di causa: per esempio, coloro che l’avessero ordinato, o appoggiato, o avessero ricettato la refurtiva.
giochi d’azzardo (gioco delle carte, ecc.) o le scommesse non sono in se stessi contrari alla giustizia, ma diventano moralmente inaccettabili allorché privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui. La passione del gioco rischia di diventare una grave schiavitù. Truccare le scommesse o barare nei giochi costituisce una mancanza grave, a meno che il danno causato sia tanto lieve da non poter essere ragionevolmente considerato significativo da parte di chi lo subisce.
Infine, il VII Comandamento proibisce gli atti o le iniziative che, per qualsiasi ragione, egoistica o ideologica, mercantile o totalitaria, portano all’asservimento di esseri umani, a misconoscere la loro dignità personale, ad acquistarli, a venderli e a scambiarli come se fossero merci. Ridurre le persone, con la violenza, ad un valore d’uso oppure ad una fonte di guadagno, è un peccato contro la loro dignità e i loro diritti fondamentali. San Paolo ordinava ad un padrone cristiano di trattare il suo schiavo cristiano «non più come schiavo, ma […] come un fratello carissimo […], come uomo, nel Signore» (Fm 16).

[continua…]

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