Prima catechesi quaresimale comuitaria

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Sete di Te

Prima catechesi quaresimale comunitaria

8 marzo 2017

Salmo 63 (fame e sete di Dio)

O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco,

ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne

       in terra arida, assetata, senz’acqua.

 

Così nel santuario ti ho contemplato, guardando la tua potenza e la tua gloria.

Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode. 

Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani.

Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.

 Quando nel mio letto di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne,

a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali.

 A te si stringe l’anima mia: la tua destra mi sostiene.   

Gloria…

Dal vangelo secondo Giovanni                                                                                                                                      Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». […]

«Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». […]

Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». […] La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.

Parola del Signore!  Lode a Te, o Cristo.

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  1.  La verità più importante presente nel salmo 63 e nel brano di Giovanni 4 è riassunto in una bella frase di Gregorio di Nazianzo: Deus sitit sitiri («Dio è Colui che ha sete di essere desiderato con sete»).
  2.  L’anima umana priva di desiderio è un’anima de-formata, privata del suo bene più alto. (S. Bellow)

          «Come la notte nasconde nella sua oscurità il desiderio che ha della luce e come la tempesta cerca segretamente la pace              nella calma che seguirà la sua furia, così nelle profondità del cuore umano risuona il grido: “Io desidero Te, soltanto                  Te”».  (Tagore)

Salmo 42:           v. 2 Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio.

                              v. 3 L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

In questi versetti del salmo 42 sono presenti le 2 componenti del desiderio, quella negativa (dal latino de-sidera) come «sentire la mancanza di qualcosa», v. 3, e quella positiva (dal greco potheo) che indica il movimento di protendersi verso qualcosa, sospirare, bramare, v. 2.

Giovanni 4:        Anche il Vangelo della samaritana ci interpella sulla sete, sul desiderio che ci abita.

E ci fa prendere coscienza del fatto che la nostra sete profonda è sete di incontro e di relazione.

L’incontro nasce nel momento in cui abbiamo il coraggio di farci mendicanti come Gesù –, presentandoci all’altro nella nostra povertà. La povertà condivisa diviene la base dell’incontro nella verità. E ciò che disseta appare proprio l’incontro: tanto che la donna non attingerà dal pozzo e Gesù non berrà acqua.

 Il testo presenta una pedagogia verso la fede in cui la donna riconosce gradualmente Gesù come salvatore del mondo. Ma questo cammino implica un contemporaneo itinerario di conoscenza di sé in cui anche gli aspetti moralmente più problematici sono riconosciuti. Vedere Gesù diventa inevitabilmente un essere svelati a noi stessi.

 «Ti darò un’acqua che diventa sorgente»: e qui l’acqua è prima di tutto vita, energia di vita, che io ricevo quando mi metto in connessione con la fonte inesauribile della vita che è Dio. Gesù dona alla Samaritana di ricongiungersi alla sua sorgente per diventare lei stessa sorgente. E la sorgente è un torrente di vita che è molto di più di ciò che serve solo alla nostra sete: è anche per la sete d’altri. La sorgente non è possesso, è fecondità.

 

 3.   DESIDERIO  e/o  DESIDERI

Oscilliamo tra desiderio e desideri, tra desiderio alto o degradato a basso istinto, divenendo sempre meno umani, dal momento che quando ci fermiamo alla parte animale che è in noi perdiamo di vista proprio ciò che siamo: la nostra umanità. Per questo conoscere se stessi, dominarsi e donarsi sono la sfida dell’umano.

Il dramma di oggi è proprio la «perdita del desiderio» e il «moltiplicarsi dei desideri», in genere bisogni indotti  (essere cioè dominati dal desiderio di avere piuttosto che di essere, di apparire piuttosto che di agire).

Si tratta di «desideri orizzontali», resi belli e più appetibili da una tecnologia sofisticata e attraente. L’invito ad appropriarsi di questi oggetti ci rende esposti alla malattia dell’avere fine a se stesso.

 Così i desideri si distendono verso mete inquinate: devono essere consumati in fretta, uno dopo l’altro, come ciliegie succose, senza interruzione né soddisfazione totale, per lasciare aperta la bocca e lo stomaco ad altri desideri. L’uomo vive e muore, affogato nella molteplicità dei desideri.

 4.      DA UNA RIFLESSIONE DI PAPA BENEDETTO XVI 

 L’uomo è una creatura di Dio. Oggi questa parola – creatura – sembra quasi passata di moda: si preferisce pensare all’uomo come ad un essere compiuto in se stesso e artefice assoluto del proprio destino. Il peccato originale ha la sua radice ultima proprio nel sottrarsi a questo rapporto costitutivo, nel voler mettersi al posto di Dio, nel credere di poter fare senza di Lui.

 Anche dopo il peccato, però, rimane nell’uomo il desiderio struggente di questo dialogo, quasi una firma impressa col fuoco nella sua anima e nella sua carne dal Creatore stesso. Il Salmo 63 ci aiuta a entrare nel cuore di questo discorso: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne, in terra arida, assetata, senz’acqua» (v. 2). Anche quando si rifiuta o si nega Dio, non scompare la sete di infinito che abita l’uomo. Inizia invece una ricerca affannosa e sterile, di «falsi infiniti» che possano soddisfare almeno per un momento. Il punto fondamentale, quindi, non è eliminare la dipendenza, che è costitutiva dell’uomo, ma indirizzarla verso Colui che solo può rendere veramente liberi.

 A questo punto però sorge una domanda. Non è forse una condanna questo anelito verso l’infinito che egli avverte senza mai poterlo soddisfare totalmente? Questo interrogativo ci porta direttamente al cuore del cristianesimo. L’Infinito stesso, infatti, per farsi risposta all’uomo, ha assunto una forma finita. Dal momento in cui in Verbo si è fatto carne, è cancellata l’incolmabile distanza tra finito e infinito: il Dio eterno e infinito ha lasciato il suo Cielo ed è entrato nel tempo, si è immerso nella finitezza umana. Nulla allora è banale o insignificante nel cammino della vita e del mondo. L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezze del suo essere divino. (Castel Gandolfo, 10 agosto 2012)

 5.      SANT’AGOSTINO

 «A Dio che ti dice: chiedi ciò che vuoi, cosa chiederai? Rifletti bene, dilata la tua avarizia, estendi il tuo desiderio, allarga la tua bramosia; non è uno qualunque, ma è Dio onnipotente che ti ha detto: Chiedi ciò che vuoi.

Se ami le proprietà, desidererai tutta la terra, in modo che tutti coloro che ivi nascono siano tuoi coloni e tuoi schiavi.

E quando sarai padrone di tutta la terra? Chiederai il mare, nel quale tuttavia non potrai vivere. In questa cupidigia i pesci avranno la meglio su di te. Ma forse diverrai padrone delle isole.

Va al di là di tutto questo, chiedi anche l’aria, sebbene tu non possa volarvi; spingi la tua cupidigia fino al cielo, proclama che tuoi sono il sole, la luna, le stelle, dato che Colui che tutto ha creato ha detto: Chiedi ciò che vuoi; e tuttavia non troverai niente di più pregevole, niente di migliore di Quello stesso che tutto ha creato. Chiedi Colui che tutto ha fatto ed in Lui e da Lui avrai tutto ciò che ha creato. Tutte le cose hanno gran valore, perché tutte sono belle; ma che cosa è più bello di Lui? Tutte le cose sono forti; ma che cosa è più forte di Lui? E niente vuole tanto donare quanto se stesso. Se troverai qualcosa di meglio, chiedila. Se chiederai qualcosa d’altro farai offesa a Lui e danno a te, anteponendo la sua opera a Chi l’ha fatta, mentre vuol darsi a te Egli stesso che l’ha creata» (Esposizione sui Salmi, 34, I, 12).

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«Non potendo voi ora vedere questa visione, vostro impegno sia desiderarla. La vita di un buon cristiano è tutta un desiderio. Se una cosa è oggetto di desiderio, ancora non la si vede, e tuttavia tu, attraverso il desiderio, ti dilati, così potrai essere riempito quando giungerai alla visione. Supponiamo che tu debba riempire un grosso sacco e sai che è molto voluminoso quello che ti sarà dato: ti preoccupi di allargare il sacco più che puoi; sai quanto hai da metterci dentro e vedi che è piccolo: allargandolo, lo rendi più capace. Allo stesso modo Dio con l’attesa allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l’animo e dilatandolo lo rende più capace. Viviamo dunque di desiderio, poiché dobbiamo essere riempiti» (Commento al Vangelo di Giovanni, 40,10).

Preghiamo, intonando anche noi con il «lamento di Adamo cacciato dal Paradiso», caro a tanti asceti ortodossi:

«L’anima mia ha nostalgia di Te, Signore, e con lacrime io ti cerco. Guarda la mia afflizione e illumina le mie tenebre, affinché si rallegri l’anima mia. Come potrei dimenticarmi di Te? Il tuo sguardo sereno e mite ha attratto l’anima mia e si rallegrava il mio spirito nel Paradiso dove vedevo il tuo volto».

Parrocchia Maria SS. Immacolata – Giovinazzo

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